Quando il romanzo è più simile alla verità – James Ellroy

Si può romanzare la realtà e arrivare più vicini alla verità della storia? Essere crudelmente politically uncorrect, al limite del pugno nello stomaco. Eppure smuovere anche le corde della ragione. E’ la sensazione che dà la lettura di quella che mi piace definire “trilogia del complotto” di James Ellroy. Uno dei tanti autori maledetti,  la cui biografia è di per sè un romanzo e che un giorno ha deciso di raccontare la “sua” verità su un pezzo di storia degli Stati Uniti. E da quel momento il paese a stelle e strisce ha perso ulteriormente la sua verginità. Usa Underground, dicono quelli che parlano forbito. American Tabloid, Sei pezzi da mille, Il sangue è randagio. Tre libri che raccontano dal di dentro quello che POTREBBE essere successo davvero nei cinque anni (e oltre) che hanno cambiato il volto dell’America. Dal 1963 al 1968 quando vennero assassinati in serie John Kennedy, Martin Luther King e Bobby Kennedy, tre icone del sogno americano. Da chi? In qualche libro di storia che non si fa troppe domande si può leggere che tre matti assassini solitari interruppero con un fucile la vita del presidente, del leader dei diritti civili dei neri, del candidato alla presidenza degli Usa. Tre personaggi da fumetto, del bene contro il male. Lee Harvey Oswald, James Earl Ray e Sirhan Bishara Sirhan. Un ex marine di simpatie comuniste, un fanatico del Ku Klux Klan, un antisionista convinto. A quasi 50 anni di distanza e con tutto lo spirito critico che centinaia di omicidi politici ci hanno naturalmente inculcato tutto ciò risulta semplicemente ridicolo. E molti lo hanno detto, persino dimostrato. Per James Ellroy il complotto, teso ad eliminare tre personaggi scomodi da parte della malavita organizzata, complici i servizi deviati (e l’ex direttore dell’Fbi Hoover in testa), è una (scomoda) verità. E l’unione di personaggi veri e di fantasia rende il racconto ancora più verosimile. Avvocati della mafia, tenutari di bordelli, poliziotti, federali, politici. Concorrono tutti agli assassini. Sanno ma vedono solo la loro parte del gioco. E soprattutto uccidono, spacciano, stuprano, schiacciano tutto quello che si frappone al loro obiettivo: che di volta in volta è riconquistare Cuba, controllare i Casinò di Las Vegas, guidare lo spaccio di eroina in Vietnam, falsificare i registri dei sindacati per stornarne fondi, far eleggere l’amico presidente Nixon. E il romanzo noir, hard-boiled, diventa saggio. Un saggio che non lascia nessuna speranza di redenzione, di futuro, per nessuno. Non c’è passione, non c’è amore, non c’è ideale. Non è neanche la fatidica lotta del bene contro il male, perché anche i “buoni” (assassinati in testa) hanno qualche grosso scheletro nell’armadio, qualche peccato da farsi perdonare, qualche vizio con il quale si possono ricattare. Non ho ancora letto il terzo libro della trilogia, Il Sangue è randagio, dove pare che i protagonisti principali dei primi due episodi in qualche modo si interroghino su responsabilità e colpe. Senza interrompere un ciclo di sangue che non è destinato a finire. Come l’11 settembre (senza voler accomunare i fatti) insegna.

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