Vorrei essere… Evtushenko

Ogni giorno che passa mi confronto con il tema del vorrei essere, del vorrei fare e del sono e del faccio. E sarebbe abusato dire che in realtà riusciamo a definire solo quello che non siamo e quello che non vogliamo (l’ha detto Guccini, in una canzone, in maniera limpida).

Ogni giorno che passa è un bivio che non possiamo ripercorrere all’incontrario. E probabilmente, se siamo quello che siamo, tornando indietro rifaremmo le stesse cose, errori compresi.

Ma già la coscienza del voler essere è un essere in sè. E’ un tendere verso che significa aspirazione alla perfezione, con la coscienza dell’errore. E’ pulsione di vivere e di tendere, lottando, verso il morire.

La differenza lo fa il come. E in questo affrontare il tema del limite mi sono imbattuto in una poesia di Evtushenko. Che ho trovato in più versione e che ho fatto mia, collazionandola senza alcuna pretesa critica o letteraria. Solo per gusto personale. Probabilmente una porcata. Ma stasera io vorrei essere Evtushenko. E per qualche ora lo sono stato. Buona lettura.

Vorrei nascere in tutti i paesi – Evtushenko

Vorrei nascere in tutti i paesi

avere un passaporto per tutti,

che provochi il panico delle cancellerie

e essere tutti i pesci

in tutti gli oceani

e tutti i cani nelle strade del mondo.

Non voglio inchinarmi

davanti a nessun dio, la parte non voglio recitare

di un hippy russo ortodosso

ma vorrei tuffarmi

nelle profondità del Bajkal

e sbuffando

riemergere in altre acque.

Perché non nel Mississippi?

Vorrei

nel mio maledetto universo amato,

essere un’erba umile,

non un narciso delicato

che si bacia nello specchio.

Mi piacerebbe essere

una qualsiasi creatura di dio

sia pure l’ultima iena rognosa

ma in nessun caso un tiranno

e di un tiranno, nemmeno il gatto.

Vorrei reincarnarmi come uomo

in qualsiasi personificazione:

torturato dentro un carcere,

o un bambino senza tetto nei tuguri di Hong-Kong,

o scheletro vivente nel Bangladesh

o un sacro mendicante nel Tibet,

o un nero di Città del Capo,

ma mai incarnare l’immagine di Rambo.

Odio soltanto gli ipocriti,

iene condite da una spessa melassa.

Vorrei giacere

sotto il bisturi di tutti i chirurghi del mondo,

essere gobbo, cieco,

provare ogni malattia, deformità e ferita

essere un mutilato di guerra

o quello che raccoglie le cicche da terra

purché in me non si insinui

il microbo infame della prepotenza.

Non vorrei fare parte dell’élite

ma di certo neppure del gregge dei vigliacchi

né essere cane da gregge

né pastore che al gregge si soggioga.

E vorrei essere felice

ma non a spese degli infelici

e vorrei essere libero, ma non a spese di chi non lo è.

Vorrei amare tutte le donne del mondo

e vorrei essere donna anch’io

una volta soltanto…

Madre-natura ha disprezzato l’uomo.

Perché non dargli

la maternità?

Se sotto il suo cuore

si agitasse un bambino

forse l’uomo

sarebbe meno crudele

Vorrei essere il pane di tutti i giorni,

diciamo una tazza di riso,

nelle mani di una sofferente madre vietnamita,

o una cipolla nella brodaglia di un carcere di Haiti,

o il vino economico

in una taverna di operai napoletani

o un tubetto di formaggio

in orbita lunare.

Che mi mangino pure

e mi bevano,

lasciatemi essere utile nella mia morte.

Vorrei appartenere a tutte le epoche, far trasecolare la storia

tanto da stordirla con la mia impudenza.

Vorrei condurre Nefertiti

in una trojka di Psi^n.

Vorrei cento volte prolungare

la durata di un attimo

per potere nello stesso istante

bere alcool con i pescatori siberiani,

e insieme a Omero,

Dante, Shakespeare e Tolstoj

sedermi a bere qualunque cosa,

tranne, ovviamente, una Coca Cola.

Baciare a Beirut,

danzare in Congo al suono del tam-tam,

scioperare alla Renault,

correre dietro a un pallone con i ragazzi di Copacabana.

Vorrei parlare tutte le lingue,

come le acque segrete del sottosuolo

Fare di colpo tutte le professioni

e ottenere così che

un Evtusenko sia semplicemente poeta,

un altro militante clandestino da qualche parte,

non posso dire dove, per ragioni di sicurezza.

Un terzo, uno studente di Berkeley

e un quarto un entusiasta mandriano cileno.

Un quinto potrebbe essere un maestro di bambini eschimesi in Alaska,

un sesto un giovane presidente in qualche dove,

anche in Sierra Leone, diciamo,

un settimo

scuoterebbe soltanto il sonaglio di una carrozzina

e il decimo…

il centesimo…

il milionesimo…

Per me essere me stesso non basta

fatemi essere tutti!

E ciascun essere,
 in coppia, come si usa.

Ma dio, risparmiando sulla carta carbone

mi ha prodotto in un solo esemplare.

Ma a dio confonderò le carte. Lo raggirerò!

Sarò in migliaia di esemplari fino al mio ultimo giorno

perché la terra vibri con me

e i computer impazziscano

per il mio universale censimento.

Vorrei lottare su tutte le tue barricate, umanità,

stringermi ai Pirenei,

coprirmi di sabbia attraverso il Sahara

e accettare la fede della grande fratellanza umana,

e fare mio il volto di tutta l’umanità.

E morire ogni notte come una luna esausta

e rinascere ogni mattina

come sole appena nato

con una leggera macchia incancellabile

sulla testa.

E quando morirò,

un Francois Villon siberiano,

che il mio corpo non riposi

in terra inglese

o italiana,

ma nella amara terra russa,

su una verde collina,

dove per la prima volta

mi sono sentito tutto il mondo.

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