επί οίνοπα πόντον – Sopra (e a volte sotto) il mare color del vino

Autunno, tempo di pioggia. Ma anche tempo di vino. Che non è solo stupida ebbrezza. O timore per i punti della patente. O giustificazione ai vizi (o alle virtù). Perché comunque (dice Guccini) non c’è niente che non passi e che non resti, con il vino. Il vino può essere anche ispirazione. Lo è stato per tanti, dai greci (il titolo è un verso di Omero, ripreso nelle prime pagine dell’Ulisse di James Joyce) ai latini. Lo è stato per Borges e Neruda. Con un sonetto e un’ode. Prosit.

Sonetto al vino – Jorge Luis Borges

In che regno, in che secolo, sotto quale silenziosa
congiunzione degli astri in che giorno segreto
che il marmo non ha conservato, è sorta la fortunata
e singolare idea di inventare l’allegria?
Con autunni tinti d’oro l’hanno inventata. Il vino
scorre rosso nell’arco delle generazioni
come il fiume del tempo e nell’arduo cammino
ci concede la sua musica, il suo fuoco e i suoi leoni.
Nella notte del giubilo o nella giornata infausta
esalta l’allegria o mitiga lo spavento
e il nuovo ditirambo che oggi gli canto
in un altro tempo lo cantarono l’arabo e il persiano.
Vino, insegnami l’arte di conoscere la mia stessa storia
come se questa fosse già cenere nella memoria.

Ode al vino – Pablo Neruda

Vino color del giorno,
vino color della notte,
vino con piedi di porpora
o sangue di topazio
vino,
figlio stellato
della terra,
vino, liscio
come una spada d’oro,
soave
come un velluto stropicciato,
vino arricciato
e sospeso,
amoroso,
marino,
non ti è mai bastato un bicchiere,
un canto, un uomo,
sei corale, sei gregario,
e quantomeno, mutevole.
A volte
ti nutri di ricordi
mortali,
sulla tua onda
viaggiamo di tomba in tomba,
scalpellino di un sepolcro di ghiaccio,
e piangiamo
lacrime fuggevoli,
ma
il tuo splendido
vestito di primavera
è diverso,
il cuore sale sulle fronde,
il vento muove il giorno,
niente resta
nella tua anima immobile.
Il vino
muove la primavera,
cresce come una pianta l’allegria,
cadono muri,
macigni,
si chiudono gli abissi,
nasce il canto.
Oh tu, brocca di vino, nel deserto
con la mia dolcezza che amo,
disse il vecchio poeta.
Che il boccale di vino
al bacio dell’amore aggiunga il suo bacio.

Amore mio, all’improvviso
le tue anche
sono la curva ricolma
del bicchiere,
il tuo petto è il grappolo,
il riflesso dell’alcol la tua chioma,
i frutti i tuoi capezzoli,
il tuo ombelico puro timbro
stampato sul tuo ventre che è un’anfora,
è il tuo amore la cascata
di vino che non finisce mai,
la lucidità che cade sui miei sensi,
lo splendore terrestre della vita.

Ma non solo amore,
bacio infiammante
o cuore bruciato
sei, vino di vita,
ma anche
amicizia fra la gente, trasparenza,
coro di disciplina,
abbondanza di fiori.
Amo sopra una tavola,
quando si parla,
il riflesso di una bottiglia
di vino intelligente.
Che lo bevano,
che ricordino in ogni
goccia d’oro
o bicchiere di topazio
o cucchiaio di porpora
che l’autunno ha lavorato
fino a riempire di vino le anfore,
e impari l’uomo cupo
nel cerimoniale dei suoi affari,
a ricordare la terra e i suoi compiti,
a propagare il cantico del frutto.

Ps: qualcuno se lo starà chiedendo. Certo il vino può anche essere abuso e disperazione. Ce lo ha raccontato Piero Ciampi, in questa canzone di cui esiste una versione recente dei La Crus. Completa il quadro…

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