Italia – Serbia: quattro considerazioni a latere

Degli ultrà serbi e degli scontri di Genova c’è poco da aggiungere. Quindi mi limito alle mie sensazioni e al fastidio che ho provato, vedendo le immagini e ai suoi significati.

1) I giocatori serbi che vanno verso la curva dei loro tifosi (?!) e, nonostante le minacce subite da un loro compagno di squadra (“reo” di essere passato dal Partizan Belgrado, dopo essere nato e cresciuto calcisticamente nella Stella Rossa), esibiscono la mano con il simbolo del 3. Il gesto dei cetnici, nazionalisti e monarchici fautori della Grande Serbia. E lo fanno mentre sugli spalti centinaia di facinorosi indossano la maglietta con il simbolo dei cetnici, un teschio in mezzo alle ossa incrociate con lo slogan “Per il re e la patria, libertà o morte”. Capisco la paura, capisco il fatto che molti dovranno ritornare a Belgrado per giocare a calcio o semplicemente vivere. Ma questo significa condivisione. Un gesto in senso pieno politico che giustifica, in qualche modo, non solo la violenza, ma anche la bandiera albanese bruciata e quindi il nazionalismo panserbo, i morti nella guerra di Jugoslavia e tutto quando da quelle parti è successo dagli anni Novanta in poi. E d’altronde la cronaca calcistica è purtroppo ricca di affermazioni o atti filo-nazionalisti: dal calcio di Boban al poliziotto jugoslavo durante Dinamo Zagabria – Stella Rossa, al necrologio di Mihajlovic per il comandante Arkan (e allo striscione nella curva laziale “Onore alla tigre Arkan” che pare sia stato da lui commissionato). Giusto per non dimenticare.

2) Il governo serbo si è lamentato con la polizia italiana per la gestione dei fatti. Ora, dimentichiamoci per un attimo che siamo a Genova (la stessa Genova di piazza Alimonda e della scuola Diaz). Di sicuro c’è che l’affermazione: da noi non sarebbe successo ha un che di beffardo. E’ passato meno di un anno da quando un tifoso del Tolosa è stato ucciso a coltellate a Belgrado ai margini di una partita. Stavolta, per fortuna, non ci è scappato il morto. Da qui a dire, poi, che ci siamo fatti trovare preparati all’evento ce ne corre. E una grande fortuna è che a vedere la nazionale non ci vanno le nostre tifoserie organizzate di solito, perché non saprebbero con chi prendersela. Altrimenti sarebbe andata molto peggio.

3) Ipotizzare, a margine di una serata come quella di martedì, la vittoria 3-0 a tavolino per l’Italia da parte dei commentatori è, francamente, umiliante. Cosa ce ne frega dei tre punti in quel contesto? Se verranno se ne parlerà a tempo debito. Ma forse era solo un modo per nascondere una certa impreparazione sulla storia contemporanea. Meglio, sempre, parlare di calcio che di politica. Cetnici e ustascia? Questi sconosciuti. Come Tito, Milosevic, Arkan e Tudjman.

4) L’ultimo pensiero. Va a quelli che anche in tempi recenti sono andati in giro per l’Europa a fare il saluto fascista in curva per le trasferte della nazionale. O a intonare cori improbabili. Spero che non prendano esempio, scaricandosi da internet tutte le gesta (e i tatuaggi) della curva serba. D’altronde fra gli arrestati di martedì c’è anche un italiano: ha 18 anni e aveva un bel bastone in mano. Annamo bbene…

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