Archive | novembre 2010

Esistere e resistere – Una poesia di Alberto Masala

Le onde sono sempre più alte della nostra barca. Ed è sempre la corrente che ci chiama. Ma in mezzo a tutto questo restiamo. E, in qualche modo, resistiamo. Senza negarci nulla. Senza chiudere gli occhi davanti al dolore e alle difficoltà. La realtà, insomma, e non il resto.

Noi siamo l’acqua dei fiumi – Alberto Masala

noi siamo l’acqua
dei fiumi sognati dall’oceano

da quando siamo entrati in questo mare
dove le onde sono solo di calore
e ognuna ci debilita lo sguardo
con fragili alluvioni di miraggi
investendoci il cuore
(il mio è di carne fino a prova contraria)
dove scorrono immagini recenti
– come la mano tua sul tavolo di un bar
(volevo solo un buon caffè – zucchero uno) – per godere
delle cose che accadono innocenti

innocenti
siamo completamente umani tuttavia
e sempre di ritorno mutazioni
mentre veloce si prepara per noi la successiva
scena offuscata di macchie calpestata
da poeti annoiati coltivando
narcisi mutilati dalla loro tristezza
e ho vissuto anche lì ma non mi trovo

dunque poesia prosegui
fin dove si confonde l’orizzonte
non sprecare proiettili
dillo ai tuoi mostri
noi non siamo civili
io non proteggo il senso
non mi guardo alle spalle
non ce la faccio
a trasportare la tua tranquillità
le tue celebrazioni i tuoi rituali

inoltre non fa per me
l’armatura cattolica pesante
mi ferma il canto
rallenta i movimenti
non posso sopportare anche il tuo dio
che piange sterminando
per dare un senso alla sua perfezione

e tu che mi volevi compiacente
complice compromesso compatibile
da compatire intendo
compagno di passione per la luce
ma la tua è artificiale
con gli effetti speciali creati dal peccato
con fiamme e tutto il resto
sostenuto dall’anima che brucia
nel suo solito inferno di realtà
sempre al momento giusto

mi sono fatto voce per portare
questa sobria bestemmia

cancellami
restituiscimi il nome
che ti hanno consegnato
conficcato nell’anima
scritta sopra il mio corpo

ma se ora lo scrivessero il mio corpo
però a chi importa (forse nemmeno a me)
se aveva voce o tace trascinando
anagrafici errori di percorso
comunque – se lo fanno – che ne scrivano il vuoto
soltanto il vuoto
che abbandono vivente a ogni sequenza

poeta è un adattarsi
persino all’aria fresca

cosa dirai di me dopo che tutti i mutamenti
mi avranno riempito di difetti
feroci strati di egoismo
utili a far cadere la saggezza
che strappano con urti all’abitudine
lancinanti brandelli della vita infastidita
da ogni scricchiolio della certezza

ecco – vedi – è la vita non ancora pagata
che partorisce incauti verbi da
un pozzo non ancora bevuto

così la lingua costruisce
l’astrazione insensata
così la gioia è urgente
ma solo dove sogno
e così non ci siamo risparmiati
abbiamo attraversato senza colpa
ogni accenno vitale ogni dettaglio

che voleva calore incognite futuro
in una dipendenza da domande

ogni domanda
ci aspetta nella voce che la porta
o sogna di fuggire vagando in territori
che ancora vogliamo costruire

e ogni volta vuol essere inseguita

e dunque eccomi qui
privilegiato proprietario
di un senso che si sta prosciugando in babilonia
mia madre mia alleata mia sorella
di babilonia ne porto intatto il nome
e le sacre ascendenze
e conseguenze

– e tep’andhare?
– sempre
– ke-i sa colóra?
– ke-i sa colóra… keppáre a sa colóra

proprio come il serpente
anche noi ci muoviamo orizzontali
e ne resta la traccia nel silenzio

dunque perché vogliamo mare?

in fondo il lavoro del mare
definisce la nostra solitudine
è ostinato incessante il suo lavoro
è quello di bagnare gli orizzonti
di farli luminosi per il cielo
mentre risacca sponde
dove prevale lo sgretolamento
insicure precarie come noi
generazioni di verità invecchiate
e ne rivendichiamo i corpi
rocciosi erosi e frantumati

non ho nessuna predisposizione
non conosco la sponda e se tornassi
non riconoscerei da dove son partito

cerco poesie
che siano bocca e braccia
e che le braccia cerchino poesia

questa domanda
che a volte la bellezza riconosce
che abbiamo provato ad abbracciare
che quando ci appare nuda
noi l’aiutiamo a scegliere i vestiti
quest’ombra
che non è stata corpo
che se lo fosse stata ora ne è solo spettro
questa domanda
che non domanda urla
che non avrà mai nome consistenza carne
è morta o forse
ne possediamo scarse informazioni

dicono che il suo spettro
ogni tanto s’aggiri per l’europa
si dice di un pugno di superstiti
che ancora cercano speranze

abbiamo un conto aperto e vogliamo saldarlo
e mi commuove ancora l’internazionale

a volte è la corrente che ci chiama
a sostenere il fiume

Un caso disperato di parzialità

Come la storia anche il pensiero richiede, con forza, a volte, di non essere equilibrati. E’ affare di tutti i giorni. In tutti i momenti dell’esistenza. E’ necessaria una scelta. E la convinzione sublime che la scelta sia quella giusta. Nella realtà, soprattutto, ma anche nella fantasia. Come dice Mario Benedetti, da Montevideo.

Sono un caso disperato – Mario Benedetti

Finalmente un critico sagace ha rivelato
(sapevo che lo avrebbero scoperto)
che nei miei racconti sono parziale
e a margine mi esorta
a far mia la neutralità
come ogni intellettuale che si rispetti

credo cha abbia ragione
sono parziale
su questo non c’è dubbio
più ancora io direi un parziale irrecuperabile
in fin dei conti un caso disperato
perché per quanti sforzi faccia
non potrò arrivare mai a essere neutrale

in vari paesi di questo continente
specialisti di valore
hanno fatto il possibile e l’impossibile
per curarmi dalla parzialità
per esempio nella biblioteca nazionale del mio paese
ordinarono lo spurgo parziale
dei miei libri parziali
in Argentina mi diedero quarantotto ore
(altrimenti mi ammazzavano) perché me ne andassi
con la mia parzialità alle costole
da ultimo in Perù imbavagliarono la mia parzialità
e quanto a me mi deportarono

se fossi stato neutrale
non avrei avuto bisogno
di queste terapie intensive
però cosa posso farci
sono parziale
incurabilmente parziale
e per quanto possa suonare un poco strano
totalmente
parziale

già lo so
questo significa che non potrò aspirare
a tantissimi onori e riconoscimenti
e glorie e cariche
che il mondo riserva agli intellettuali
che si rispettino
vale a dire ai neutrali
con un’aggravante
poiché ogni volta ci sono meno neutrali
i riconoscimenti sono ripartiti
tra pochissimi

dopo tutto e a partire
dalle mie confesse limitazioni
devo riconoscere che per quei pochi neutrali
provo una certa ammirazione
o meglio li considero con stupore
perché in realtà è necessaria una tempra d’acciao
per mantenersi neutrali davanti a episodi come
Girón
Tlatelolco
Trelew
Pando
la Moneda

è chiaro che uno
e forse è questo che voleva dirmi il critico
potrebbe essere parziale nella vita privata
e neutrale nelle belle lettere
diciamo indignarsi contro Pinochet
durante l’insonnia
e scrivere racconti diurni
su Atlantide

non è una cattiva idea
e chiaramente
presenta il vantaggio
che da un lato
uno ha conflitti di coscienza
e questo rappresenta sempre
un buon nutrimento per l’arte
e d’altro lato non presta il fianco alle gragnole
della stampa borghese e/o neutrale

non è una cattiva idea
però
mi vedo già scoprire o immaginare
nel continente sommerso
l’esistenza di oppressi e oppressori
parziali e neutrali
torturati e carnefici
ossia la stessa contesa
Cuba sì Yankee no
dei continenti non sommersi

di maniera che
poiché pare che per me non esista rimedio
e che sia definitivamente perduto
per la fruttuosa neutralità
la cosa più probabile è che io continui a scrivere
racconti non neutrali
e poemi e saggi e canzoni e romanzi
non neutrali
però avverto che sarà così
anche quando non tratteranno di torture e carceri
o di altri temi che sembrano
risultare insopportabili ai neutrali

sarà così anche quando tratteranno di farfalle e nubi
e fantasmi e pesciolini

Anche la storia è relativa

C’è un motivo per cui, a volte, bisogna stare dalla parte dei vinti. Perché dopo, col tempo, la storia racconterà soltanto la gloria dei vincitori. Ed è il motivo per cui è importante raccontare l’altra parte delle cose. Quella che dopo qualche tempo nessuno si ricorderà. Perché proverrà da una minoranza. E quindi sarà necessariamente, per il mondo, meno Verità. In tutte le cose bisognerebbe provare a ribaltare la prospettiva. E chiedersi perché. Senza accettare tacitamente la versione dei più.

La storia è fatta delle bugie dei vincitori

“La storia è fatta
dalle bugie dei vincitori!”
ma non la immagineresti mai
dalle copertine dei libri di scuola
né da come i vincitori sono ritratti
come altruisti superbenevoli
e amici dei poveri e oppressi
che non hanno mai avuto la chance
di imporsi e scrivere le loro storie poco credibili
nel mistero che chiamano storia
(fiume offuscato da lacrime
o mare fluente
i cui pesci mutano colore
quando li si getta sulla spiaggia)

E gli sporchi ricchi
diventano più sporchi o più ricchi o chissà che
perché in realtà il denaro “non sgoccia all’ingiù”
ma sale come ogni cosa che scotta
E continuano a ricevere più medaglie
al demerito e per essere d’accordo che Sì
Giustizia è fatta e
la Borsa è aperta a chiunque Lunga vita all’usura
e il sistema giudiziario è il migliore che sia mai esistito
per conservare lo status quota
E allora perché no a degli storici che
lasciano spazi vuoti nei loro scritti
da riempire in modo diverso
a seconda di chi comanda
e con il computer cambiare è facile
E comunque la storia non è in realtà storia
fino a quando non è riscritta
o almeno fino a quando
non ripete sé stessa
E un sacco di genocidi e massacri
forse non sono mai accaduti
così che le testimonianze andrebbero corrette
come per l’Olocausto o lo stupro di Cuba o del Nicaragua
o della Cambogia o di Timor o scegli tu
Anche se nemmeno Dio può cambiare
un fatto storico
qualcosa che è accaduto davvero
come uno stupro o un bacio
Ma tutti quegli indigeni
in tutti quei ghetti del Terzo o Quarto Mondo
davvero hanno sempre sognato di essere sognati da
Cortez il dio biondo dei profeti
o da Colombo la grande speranza bianca
di Spagna e/o Italia
e i continenti rubati non erano in realtà rubati
ma erano gloriose conquiste Cristiane che
avevano salvato quegli idolatri da sé stessi
Avanti Soldati Cristiani
E avanti avanti nel tramonto
vanno le storie che ci dicono come
Dio sia sempre stato dalla nostra parte comunque
e chi è più adatto per scrivere la storia
dei vincitori stessi che sono i più adatti
essendo sopravvissuti e giunti alla vetta
della storia cieca dell’umanità
dove i premi sono assegnati a chi è più adatto
E poi lo sanno tutti tranne Platone
Verità Bellezza Bontà tutto è relativo
specie la Verità per come è magnificata
nei libri di storia Amen oh fratello
me le dai cento lire?

Il calcio dall’altra parte del mondo – Mazembe e Seongnam al mondiale per club

Mondiale per club, ecco le due ultime protagoniste. Sono il Tout Puissante Mazembe della Repubblica Democratia del Congo e il Seongnam Ilhwan della Corea del Sud. Una conferma per i congolesi, che già avevano vinto la scorsa edizione della Champions League africana, una novità per l’Asia anche se il trofeo è rimasto saldamente nelle mani della nazione sudcoreana

Caf Champions League

Il Tp Mazembe ha vinto ma non è stato un cammino proprio rilassante. I congolesi, entrati in gioco nei sedicesimi di finale, hanno perso la prima sfida esterna sul campo dei rwandesi dell’Apr per poi ribaltare il risultato fra le mura amiche. Le cose sono andate meglio negli ottavi di finale, con la doppia vittoria contro la formazione rappresentante del Mali, il Djoliba. Poi la fase a gironi. Non proprio una passeggiata: due successi contro i Dynamos dello Zimbabwe, due pareggi contro gli algerini dell’Es Setif e una vittoria e una sconfitta contro l’Es Tunis. Che son valsi il secondo posto nel gironcino valido per i quarti di finale. E una semifinale contro i vincitori dell’altro girone, gli algerini del Kabylie. Partita decisa con il 3-1 interno nella sfida di andata, seguito da uno 0-0 esterno. Il capolavaro è arrivato in finale contro l’Es Tunis (ancora): il 5-0 dell’andata ha chiuso subito i giochi e la coppa è arrivata dopo l’1-1 del ritorno in terra tunisina. E adesso la sfida alle migliori squadre del mondo.

Si deve ancora concludere, invece, l’altra coppa continentale, la Caf Confederations Cup. In finale sono arrivati i marocchini del Fus Rabat e i tunisini del Cs Sfaxien.

Afc Champions League

Sembrava davvero l’anno buono per un cambio della guardia dopo il recente dominio sudcoreano della manifestazione. Lo sembrava dopo che dai quarti di finale solo una formazione delle quattro in campo di quel paese era riuscita a passare il turno. Proprio quella che, però, ha poi vinto la manifestazione, il Seongnam Ilhwa. Che dopo un girone di qualificazione quasi a punteggio pieno ha eliminato in serie i giapponesi del Gamba Osaka, i connazionali del Suwon Bluewings, i sauditi dell’Al Shahab (in semifinale, ma vincendo con un solo gol di scarto in casa dopo aver perso 4-3 fuori casa). Poi la finale contro gli iraniani dello Zob Ahan, terminata 3-1 e quasi mai in discussione.

Sono terminate anche le altre due coppe continentali. L’Afc Cup è andata ai siriani dell’Ittihad contro l’Al Qadsia, rappresentante del Kuwait, ai calci di rigore. L’Afc President’s Cup è stata invece vinta dalla rappresentante del Myanmar, lo Yadanarbon, ai tempi supplementari contro i kyrgizi del Dordoi Dynamo.

Quando l’amore è uno scioglilingua

Scioglilingua dei rapporti. Che meglio di così non lo poteva proprio spiegare. Semplicemente così. Buonanotte.

TREMENDO CASINO – Amèrico Ferrari

Uno sta con una – un’altra sta con uno – uno sta

con una e un’altra – e una sta con tanti altri– e

un’altra sta con uno e una tra altri ancora.

Nel mezzo di tutto ciò non c’é nessuno.

Che tremendo casino tra tanti e tante e

tanti altri e altre e tantissimi e tantissime ancora

quando nel mezzo di tutto ciò non c’é nessuno.

Aspettare in silenzio? Stanca

Aspettare. Aspettare in silenzio, parlando con sè stesso, abbandonando per un attimo il canto. O aspettare andandosene e lasciando dietro di sè un nuovo indirizzo dove farsi trovare. O aspettare e basta. Tanto quello che deve accadere, semplicemente, accade.

El silencio  – Josè Maria Valverde

Yo te espero, mi amor, para el silencio.
¿Para qué cantar más cuando ya seas cierta?

Cansado de gritar de maravilla,
cansado del asombro sin palabras,
me callaré despacio, como el niño feliz
que se duerme, en las manos el juguete.

Tardarás mucho tiempo en dormirme del todo,
en borrarme los últimos recuerdos que me hieren,
lentísimos recuerdos sin forma ni sustancia;
sombra más bien, o sangre y carne casi,
con raíces que entraron mientras iba creciendo.

Y tendré el blanco sueño de la infancia
desde el que hablaba a Dios, aun a mi lado;
aquel sueño, tan cerca de la muerte,
que podía llegar, serena, clara,
a volverme a mi origen, aun casi en el recuerdo.

Sueño que no será como el de ahora,
lleno de ávidos pozos, de agujeros
que de repente se abren a la nada;
porque tendrá, disuelta en su materia,
como nana de madre,
tu voz muda, la luz de tu existencia,
tapizando las salas de mi sueño.

No me pidas que cante cuando vengas.
Cansado estoy del canto. Tú has de ser la paz última
el blanco umbral de Dios…

Sólo oirás mi silencio, como rumor de fuente,
como la paz de un lago, creada por tus manos,
trayéndote el reflejo de Dios para alabarte.
Confundidas las almas
en las anchas llanuras del silencio, en su noche
sin borde, esperaremos…

Il silenzio  – Josè Maria Valverde

Io ti aspetto, amore mio, per il silenzio
Perché cantare ancora quando sei già certezza?

Stanco di gridare di meraviglia,
stanco dello spavento senza parole,
tacerò piano, come il bambino felice
che si addormenta, nelle mani un giocattolo.

Tarderai molto tempo ad addormentarmi del tutto,
a cancellare gli ultimi ricordi che mi feriscono,
lentissimi ricordi senza forma né sostanza;
o meglio ombra, quasi sangue e carne,
dalle radici che mi penetrarono mentre ancora crescevo.

E avrò il puro sonno dell’infanzia
di quando parlavo a Dio, ancora al mio lato;
quel sonno, così vicino alla morte,
che poteva arrivare, serena, chiara,
a riportarmi alle origini, ancora quasi nella memoria.

Sonno che non sarà come quello di ora,
pieno di pozzi avidi, di voragini
che di improvviso si aprono sul nulla;
perché avrà, dissolta nella sua materia,
come ninna nanna di madre,
la tua voce muta, la voce della tua esistenza,
che tappezza le sale del mio sogno.

Non mi chiedere di cantare quando arrivi.
Sono stanco del canto. Tu devi essere l’ultima pace
la bianca soglia di Dio…

Solo sentirai il mio silenzio, come rumore di fonte,
come la pace di un lago, creata dalle tue mani,
che ti porti il riflesso di Dio per lodarti.
Confuse le anime
nelle ampie pianure del silenzio, nella sua notte
senza limite, aspetteremo…

Aspettare stanca – Ivano Fossati

Stanco aspettarti, parto
Aspettare stanca
Agosto interminabile
Soffoca città
STOP
Stanco cucina cinese
In solitaria
Stanco romanzi gialli in terrazza
Stanco tuo infinito ritardo
Mia pazienza
Caldo
Lavoro, lavoro
Delitto tuo stavolta
Quasi perfetto, complimenti
STOP

Stanco due infelici
Che si inseguono, si intrecciano
Si sfuggono, che noia, stanco
Stanco dei tuoi segreti, miei peccati
Tue creme, miei cassetti, tue canzoni
Profumo tuoi foulard
Parto leggero come un autobus vuoto
Per una campagna, un mare, una montagna qualunque
Dove gelino perfino le ore
Ecco come ci riduciamo
Parole al telegrafo

Stanco aspettarti, parto
Aspettare stanca
Agosto interminabile
Soffoca città
Lascio terrazza appartamento
Lascio tuo ritardo
Mia pazienza
Lascio lavoro
Caldo
Provincia e città
Lascio anche nuovo indirizzo
E attendo
STOP

Cantando sotto la pioggia. Ma se smette…

Oggi (tanto per cambiare) giorno di pioggia. Che significa, per molti, malinconia. Per altri giornate sotto le coperte con gli occhi chiuso e un abbraccio infinito. A sè stessi o al proprio amore. Ma anche se non piove da troppo tempo la sensazione può essere la stessa. Non sarà forse che il tempo non c’entra nulla? Buon ascolto.

Nella pioggia – Vinicio Capossela

Giorno di pioggia – Francesco De Gregori

Sono tre mesi che non piove – Ivano Fossati