Bearzot: dopo le lacrime, il ricordo

Tutto è già stato detto e scritto, attendendo l’articolo di oggi di Gianni Mura, che sarà l’esempio da seguire (un’altra volta, dopo l’epinicio per Brera e tutti gli altri corsivi che il maestro ci regala settimana dopo settimana).

Tant’è. Bearzot ci ha lasciato. E con lui si è chiusa un’altra stagione di ricordi e di emozioni. Nel 1982 ero ancora a Taranto e la sera della finalissima del Mundial a casa mia era festa grande. Ricordo il salone. Ricordo mio nonno, quello che mi ha trasmesso la passione per il calcio. Ricordo un gran mal di testa, che mi accompagnò per tutto il primo tempo (e forse fu reso ancora più forte dall’errore sul dischetto di Cabrini) e poi la cavalcata del secondo tempo. E la gioia quando l’arbitro Coelho alzò il pallone al cielo, anticipando il gesto di Zoff con la Coppa in mano. E poi, tutti fuori, a festeggiare da amici e parenti. Una città impazzita, festante, come solo il calcio riesce a far succedere (ahimè, mi verrebbe da aggiungere). Mi ricordo gli spaghetti con la mollica di pane, mangiati da amici in via d’Aquino, il Processo di Biscardi e l’esaltazione degli eroi di quella notte davvero magica. Niente di paragonabile, almeno per me, al mondiale del 2006. Dagli otto anni ai 32 tante cose cambiano. Anche le paranoie. E la finale di Berlino me la sono vista da solo, nella mia casa di Lucca. E ho sofferto, certo, e ho festeggiato. Ma non era la stessa cosa. Non c’era mio nonno (e ormai non c’era da sedici anni), non c’era la stessa incosciente passione, non c’era l’ingenuità di chi crede che il calcio, anche solo per una notte, sia una cosa talmente seria da portare le persone ad abbracciarsi per le strade senza conoscersi.

E, permettetemi, in panchina non c’era Bearzot. Non c’era la sua pipa. La sua aria triste da pugile suonato, il suo eloquio friulano, la sua serietà di uomo della provincia profonda. Che ha continuato ad accompagnarci, le poche volte che è ritornato in video dopo l’addio alla nazionale, anche grazie a quel grande giornalista che è Gigi Garanzini. Che da stamattina si sentirà un po’ più solo (dopo il Paròn, il Vecio avrà pensato). Come noi, d’altronde.

Come me, da quel giorno in cui ho perso mio nonno.

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