Viaggio – Come se fosse un diario

Non so se ci si trova sempre nel posto in cui si vorrebbe essere, ma di sicuro i posti dove sei li vedi non per quello che sono ma per quello che senti. E le tracce che ti portano in certi luoghi sono molto più profonde di quanto uno possa mai accorgersi. Come l’assassino che torna sempre sul luogo del delitto, come chi torna con un’altra donna in un luogo che è stato importante per il suo precedente amore (e viceversa).

E allora il ritorno al passato, coincidenze automobilistiche comprese (ed un evidente occhio al budget), mi hanno convinto a rimettermi lo zaino (lo stesso) sulle spalle e ripartire per il “mitico” Interrail. Un biglietto valido 22 giorni, un itinerario in mente, ma per il resto tutto molto libero. Compreso fermarsi o ripartire. Compreso sbagliare strada o treno. E non è proprio una cosa tanto frequente.

Giorno 1

La valigia è pronta, lo zainetto è pronto, non resta che fare un’interminabile fila per il biglietto scontato dell’Eurostar. Ne faccio due diverse, perché quella della biglietteria internazionale, da cui mi serve un’informazione, proprio non scorre. Poi ce la faccio e adesso so che a Venezia, almeno lì, ci arrivo. Mi colpisce una famiglia americana seduta accanto a me. Per due cose: la prima è che l’uomo è l’incarnazione di una popolazione nutrita da secoli a bistecche di manzo. E’ gigantesco, anche se non è il classico americano obeso, e fa fatica a starci dentro in quei seggiolini da culo taglia 42. L’altra è che tutti e 4 i componenti della famiglia, nell’arco del viaggio, hanno un libro in mano. La più giovane legge addirittura “Un tram che si chiama desiderio”. Nelle mani degli altri in media riviste di gossip e cruciverba. Solo la mia vicina divora “Il fatto quotidiano” e un libro di storia. E infatti noi, nonostante tutto, noi siamo governati da Berlusconi (più che altro da quello che significa) e gli americani hanno Obama (nel bene e nel male). E dire che eravamo il paese della cultura.

A Venezia c’è tempo per passeggiare fra sotoporteghi, calli, campi e quello che viene. In questo periodo la città sembra la caricatura di sè stessa. Non c’è un posto che non sia messo lì per permettere ai turisti di farsi una foto. Fra poco, poi, non saranno veneziani nemmeno i gondolieri. E il piatto tipico è ormai diventato la “pizza kebab”. Con tanti saluti a piazza San Marco e ai piccioni. E che sia chiaro. E’ giusto così ed è inutile fare ordinanze per vietare i ristoranti etnici. Vince il mercato: e se la carne d’agnello stracotta e piena di grassi vince sul resto forse è perché nel nome del Belpaese ci permettiamo di far pagare 14 euro un primo e 25 euro un secondo. E il pane, e il coperto. E la mancia, almeno dagli stranieri.

Di notte il treno che sicuramente mi porterà a Zagabria (perché per Belgrado non ho ancora capito) è scomodo ma almeno l’aria condizionata funziona. Almeno finché qualcuno non decide che fa troppo freddo e trasforma la carrozza in un carro bestiame. Che per respirare si sta meglio nel cesso, l’unico posto dove, almeno, si può aprire a metà il finestrino. La cosa più bella del viaggio è la luna. Perché le curve del treno le fanno cambiare la traiettoria: è come se tentassimo di dribblarla senza mai prenderla. E proprio quando pensi di averla afferrata e che è lì, fissa, che potresti toccarla, ti accorgi che è solo il riflesso della luce sul tuo finestrino e che invece è finita dalla parte opposta rispetto a te. Un po’ come la felicità, a volte.

Zagabria mi tenta. Non voglio ripartire subito e farmi due giorni di viaggio di filata. Ho voglia di camminare, innanzitutto. E devo ammettere che della città non ricordavo un granché. Mi stupisce la tanta gente a pregare davanti alla nicchia di una madonna all’ingresso della città vecchia. Mi fa sorridere un gruppo di suonatori locali che dopo aver stonato una canzone popolare intona un ritornello che sembra proprio “La società dei magnaccioni”.

Poi giro l’angolo ed è lì. Ed è una cosa che inizialmente fai proprio fatica ad accettare. Ho visto la targa “The museum of broken relationships” e ho pensato: che idea geniale dedicare un’esposizione alla politica internazionale e alla diplomazia proprio in un paese dell’ex Jugoslavia. E invece non era così. E’ un museo itinerante, sull’amore che finisce. Una raccolta di oggetti, di tutti i tipi, da tutto il mondo, di persone che hanno lasciato o che sono state lasciate, o i cui mariti, amanti, fidanzati sono morti interrompendo anzitempo una relazione inizialmente considerata eterna. E’ difficile raccontarlo a parole. Ma per chi sa che cosa significa è un’esperienza allo stesso tempo totalizzante ed anche devastante, probabilmente in senso positivo.

La cosa più bella è che non c’è niente di banale o di scontato. Non c’è la lettera di addio, il fazzoletto bagnato, nemmeno l’ultimo rossetto usato. C’è, in un oggetto tutto il dolore, in alcuni anche tutto il perverso piacere, di cui è intriso un addio. La giarrettiera della donna che commenta: “Me l’aveva regalata il mio ex, se la avessi indossata forse la relazione sarebbe durata di più”. C’è il vestito indossato la sera, quella sera che lui, l’ex, subito dopo aver ordinato la cena in un ristorante elegante dice alla sua donna: “Non ti amo più, entro quattro mesi vado via di casa”. Ma c’è anche la rabbia: un frammento di vetro di una finestra spaccato dopo le lacrime della fine; un’ascia con cui un uomo, sistematicamente, per tre settimane di fila ha spaccato qualunque cosa appartenesse alla sua ex che lo aveva mollato dopo aver incontrato un altro durante un periodo di assenza di tre settimane per lavoro. E poi i giochi erotici, vibratori compresi, che rendevano speciali quelle notti di sesso eppure non sono bastati per tenere accesa la passione. E c’è anche il regalo sbagliato, quello che ha fatto capire a una donna che quello, proprio quello, era il principio della fine. E il bello è la leggerezza del tutto, nonostante le lacrime agli occhi. Con tanto di magliette e gadget nello shop a fine esposizione e un bar coi tavoli all’aperto per tirarsi su con dolcetti fatti in casa e ottima musica. In poche parole una roba davvero geniale. Una sola cosa non posso consigliare: visitarlo in coppia. Anche se potrebbe essere un ottimo modo per esorcizzare un momento di crisi.

E dopo? Un panino, un altro carro bestiame pieno di viaggiatori con lo zaino in rotta verso Belgrado e… Belgrado. Che sembra Vienna. O Parigi. Eppure ci sono i palazzi bombardati dall’Onu, lasciati lì a futura memoria. Ma poi fai un isolato e ti trovi nella più clamorosa movida collettiva che io abbia mai visto. Bar, musica per strada, gente giovane e giovanissima in giro fino a tardi, ma anche gente più grande a prendere un caffè ai tavolini dei bar. Musica dal vivo, belle donne e begli uomini, posti aperti 24 ore per andarci a mangiare. Ed è stato solo un assaggio di qualche minuto prima di fermarmi dopo due giorni belli pieni, salite e sudate con lo zainone sulle spalle comprese.

Ma Belgrado, e chiudo, è anche Tanja Kragujevic. Una poetessa all’altezza della Szymborka, in certe cose.

IDENTITA’

In qualcosa devi crescere.
In un albero di noci. In una fanciulla
dall’orecchino a forma di telefono
viaggiante. A cui stai dettando
le istruzioni per l’esistenza.

In qualcosa di antico
come l’infanzia. E così
piccolo come sa essere
la sola crescita al primo
e all’ultimo passo.
A cui sarai necessario.
Come polvere di calcio.
E luce di fotosintesi.

Nel giorno della porta aperta
serviranno alcune parole.
Anch’io ti amo. Farfugliare
in due secondi
due ardenti mondi.

E un pensiero salvatore
innalzare. Come una bandierina. Quando
ti taglia la strada un furgone nero.
Pompe funebri Radović.

Nel giorno della porta chiusa
essere cactus sul tavolo.
Pesciolino d’oro.
Patente di guida.
Ricetta autenticata.
Macchia di vino di lampone.

Anello con una perla
di amore eterno.

L’identità di tutto ciò
in cui sei cresciuto.

Come una candelina
nel cuore di una rosa.

Annunci

Tag:, , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: