Viaggio – Come se fosse un diario (giorni 3, 4 e 5)

Giorno 3

Belgrado, dicevamo. Che di giorno non è affatto come di notte. Per non dire che è un bel centro commerciale all’area aperta con qualche monumento sparso qua e là. E anche la Monmartre dei Balcani, una strada in acciottolato in salita piena di locali ai lati, non è altro che uno specchietto per le allodole. Mi consolo con i panorami e coi profumi e con le fughe in posti più isolati. La fortezza che dà sulla confluenza fra il Danubio e la Sava, a parte un inquietante museo militare dove tutti i mezzi esposti sembrano pronti per essere di nuovo messi in funzione, è luogo di incontro della gente del posto (è Ferragosto ma si lavora ugualmente e alacremente). Ci sono le mamme coi bambini e gli anziani, le donne a chiacchierare, gli uomini a giocare a scacchi. Una signora attira la mia attenzione. Sa di borotalco. Come mia nonna. E’ un ricordo che riaffiora, una madeleine nel parco municipale.

Prendo un autobus per allontanarmi dalla città, che è caldo, smog e caos. Finisco a Zemun, che solo dopo scopro essere la sede della principale banda criminale del paese. Ma ha anche una bella fortezza in cima a una collina. Per fortuna non trovo le scale e ci arrivo da una strada laterale. Anche se da solo posso fare quello che odio fare in compagnia, ovvero sudare, non sopporto le scale e preferisco le strade in salita. In cima c’è un torrione e una panchina, rigorosamente al sole, su cui mi sdraio felice. E mi addormento come un bimbo. Mi sveglio e scopro di non essere il solo a viaggiare da solo. C’è una ragazza, con tanto di zaino, che scatta foto. Ed ha il mio stesso atteggiamento. Di chi non sa dove sta andando, ma intanto ci va.

La sera, a cena, mi faccio convincere dalla guida. Dopo aver cercato inutilmente la Federazione Internazionale dei Globetrotters (è chiusa), mi butto sul ristorante degli scrittori. Quello, nel quartiere bohemienne, dove si narra si ritirassero a scrivere e a discutere gli scrittori del paese e non solo. Niente da dire sul cibo, ma in sostanza è un posto chic dove si cena a lume di candela. Ma il vino (serbo), è ottimo. Essendo vacanza salutista e senza vizi, un po’ mi dà alla testa. Ma sarà anche la stanchezza. Per questo ripercorro il Viale della topa a ritroso e vado a letto.

 

Giorno 4

Sveglia all’alba. Mi sveglio, anzi, un’ora prima della sveglia ma bello riposato. Devo rimpacchettare tutto e partire per Sofia e il treno è alle 7,50. Il bar per la colazione è chiuso, ma mi hanno preparato in albergo un packed lunch (mi ricorda quello che mi faceva la mia padrona di casa in vacanza studio in Inghilterra). Peccato che dentro ci siano, a parte una mela e un succo di frutta, due panini con salame e prosciutto. Mi riprometto di darli al primo mendicante che incontro per strada. Scopro poi che in Serbia, a colazione, da una parte bevi il caffé, da un’altra mangi. Insieme, evidentemente, è sconveniente. Specie se accanto a te alle 6,30 del mattino c’è uno che si ordina una bella birra, mentre i figli sorseggiano allegramente un frappè. Beh, è l’alba e ci sono 20 gradi, servirà pure qualcosa per rinfrescarsi…

Treno. Consueto carro bestiame senza aria condizionata. Ho anche prenotato il posto a sedere, ma quando salgo sul treno mi rendo conto che il posto… non esiste! Nel senso che i cartellini coi numeri sono staccati. E quella che presumibilmente dovrebbe essere la mia carrozza è chiusa a chiave. Forse che aspettavano me ad aprirla? Non parlo la lingua, i controllori hanno 60 anni e come minimo parlano solo serbo e russo, il treno è vuoto. Mi accomodo altrove, sperando che nessuno pretenda quel posto. Che poi vaglielo a spiegare. Compagni di viaggio una coppia di svizzeri che, come me, prima o poi arriverà ad Istanbul, una coppia di bulgari e una signora che, assieme a due amici che si accomodano in corridoio, non fa altro che bere birra in continuazione (bottiglione da un litro e mezzo, che neanche la San Miguel se lo sogna). Il ragazzo bulgaro ha voglia di parlare del suo paese e ci illustra alcune bellezze. E’ di ritorno dalla Svezia dove il lavoro che aveva trovato viene pagato poco, a suo dire. Sta leggendo un libro tipo manuale di autostima: si chiama “Il cervello può tutto”. Ora, questa, sinceramente, era l’ultima cosa che volevo sentirmi dire in questo viaggio. Come dire, non sono propriamente d’accordo. O comunque sto facendo di tutto per non essere d’accordo. Altra annotazione: pare che serbi e bulgari odino gli zingari (traduco così gipsies, pur sapendo che è termine scorretto) più di quando non accada da noi. Appena ne entrano due sul treno ci dice di stare attenti al portafoglio. La cosa mi mette ansia: mi prometto di non dire mai una cosa del genere a uno straniero nel mio paese.

 

Arrivo a Sofia ad un orario che non torna né con quello della stazione dei treni di Belgrado, né con quello scritto sul biglietto. Va bene che c’è il fuso orario, ma non si rubano così le mezz’ore. Mi alloggio in alloggio, mi raschio a dovere l’accumulo di sporco da treno e scendo in città. Un vialone lungo da parte a parte diventato totalmente pedonale per i lavori alla metropolitana (che hanno scoperto sottoterra la Sofia antica, ma chissenefrega, si va avanti lo stesso e si lavora giorno e notte. Più o meno come la tramvia a Firenze) con i locali dalle parti. Primo approccio un invito dalla receptionist a un party fetish per la sera. Mi vedo vestito di gomma e legato a qualche palo, ne comprendo tutta l’oscenità e desisto. Poi mi invitano a un club di spogliarelliste dove fanno non solo lap dance ma anche massaggi erotici e strip privati. Desisto anche lì. Se proprio dovevo sarei andato al Gilda o all’Excelsior in altri tempi. Ancora una volta mi faccio convincere dalla guida e anche stavolta è un ristorante fighetto. Torno sui miei passi e cerco una roba meno appariscente. Poi sono stanco e non ho molta fame. Tralascio parte del resto della serata.

Giorno 5 (mattina)

Sofia si gira in meno di una giornata. In mezzo a un traffico che attraversa tutti i posti più belli, ma che soprattutto si inceppa nella zona sotto lo Sheraton. E’ qui che la temperatura percepèita supera di gran lunga i 40 gradi. Ho scoperto perché tanta confidenza nei miei confronti da parte della gente. Devo avere il fisique du role da bulgaro. Un signore in giacca mi chiede dov’è una strada, poi si scusa in inglese. Poi torna sui suoi passi e mi dà il suo biglietto da visita. E’ un magnaccia. Sul biglietto offre le ragazze più belle di Sofia a 50 euro l’ora e 190 euro a notte. Top model, invece, a 80 euro l’ora e 290 a notte. Se fossi qui per un servizio dovrei intervistare quest’uomo. Semmai ho sempre il suo numero di telefono. Per le puttane no. Non ho mai cominciato e sulla soglia dei 40 anni posso anche farne a meno. Di quelle professioniste, si intende.

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