Viaggio – Come se fosse un diario (giorni 5 e 6)

Giorno 5 (pomeriggio – sera)

Sofia non è una città impegnativa, se non dal punto di vista della lingua. In pochi parlano inglese e quinbdi chiedere informazioni è veramente arduo. Bisogna pure cavarsela col cirillico, ma in questo mi aiuta qualche riminiscenza del greco. Almeno qualche lettera ci assomiglia vagamente, poi se si pronunciano diversamente chissenefrega. Il tour della città nei suoi highlights si conclude in mezza giornata o poco più. C’è tempo per la fuffa, insomma, tipo visitare da fuori lo stadio del Levski Sofia, che sembra un teatro, farsi una dormitina nel parco a est della città e rischiare pure di perdercisi cercando l’altro stadio, quello del Cska. Ma insomma, fra una sudata e una salita, alla fine, si son pure fatte le quattro e mi son anche dimenticato di mangiare. Poco male. Nel senso che non mi fa altro che bene, sono tutte tossine che se ne vanno. E comunque l’acqua, per reidratarsi, costa poco e ci si può rifornire anche ai chioschetti più cari, che sempre 0,50 ti fanno pagare. La fuffa continua con calma anche per tutto il pomeriggio: ho il tempo di fare il biglietto per la cuccetta per Istanbul, per fare avanti e indietro un paio di volte per il viale Maria Luisa e vedere qualche dettaglio che m’era sfuggito. Soprattutto mi colpisce piacevolmente una cosa: non ci sono italiani. Niente caciara, niente bambini che urlano, niente zaini Invicta. E un’altra cosa: che per entrare nelle chiese ortodosse, a differenza di Belgrado, non mi danno quella orrenda vestaglina nera per coprirmi i polpacci. Già, perché cosa inusuale per me, vado in giro in pantaloni corti. Ma non vi preoccupate, a casa ve lo risparmio questo orrore.

Ho preso anche un’altra decisione: sveglia all’alba per spezzare ulteriormente il viaggio verso Istanbul. Tappa intermedia Plovdiv, la Parigi della Bulgaria. Un po’ pretenzoso, isn’t it?

Giorno 6

Incredibile. Esiste l’aria condizionata nei treni. Me n’ero quasi scordato. E inoltre trovo pure una signora che parla inglese e che non mi fa sbagliare treno e binario. Miracolo! Fatto sta che senza manco accorgermene e senza dormire arrivo a Plovdiv che è appena mattina. Me ne ricorderò di questa città, e soprattutto della sua stazione.

Numero uno: i binari non hanno il numero. Quindi bisogna andare a naso, saltando pure il binario intermedio. Cioè c’è il binario 1, poi il 2 ma non ha piattaforma, poi ci sono il 3 e il 4, poi il 5 e il 6 e quindi, magicamente e senza colpo ferire c’è l’11. Poi ci sono i binari 1,2,3, 4 e 6 (ma quello proprio non l’ho trovato) tronco ovest. Che a capirlo un po’ ce ne ho messo. Numero due: il deposito bagagli. Le indicazioni ti fanno ben sperare per tre quarti di stazione, poi una enigmatica freccia indica verso l’esterno e lì è tragedia. Meno male che una signora sbuca da una porta inesistente, capisce il mio dilemma e mi invita ad accomodarmi. Ed era proprio il deposito bagagli. Per un attimo ho temuto fosse tipo un basso genovese. E sarei stato fottuto.

Plovdid è compatta e bellina. Zona commerciale in basso, zona storica in alto. Certo, un po’ come a Sofia dei reperti del passato se ne fottono. Il foro romano è al lato di una circonvallazione a quattro corsie e si può vedere solo dall’alto, altre rovine romane non sono visitabili per via di alcuni lavori alla piazza. Mi dicono che copriranno tutto con un lastrone di vetro calpestabile e tanti saluti. Si salva l’anfiteatro romano, ancora utilizzato, ma dove alcuni muratori lavorano tranquillamente di trapano sui reperti antichei senza Soprintendenza che tenga. E con pcisione bulgara mettono tutto di lato. Non si butta via nulla, insomma.

La parte alta di Plovdid è una fregatura. Nel senso che la stradina per arrivarci, piena di case private che raccolgono collezioni di opere d’arte e di musei, è molto pittoresca (e soprattutto, finalmente, senza auto). Poi arrivi in cima e trovi che i resti dell’insediamento dei traci sono un po’ di sassi messi qua e là dove i ragazzi del paese si divertono a fare graffitacci. E tutto intorno, in questa città che aveva sette colli come Roma e ora ne ha sei perché uno è stato spianato dai comunisti (poi dice che Berlusconi non c’ha ragione), si estende il panorama di una megaperiferia di palazzoni veterostalinisti e neocapitalisti. Dal cemento al vetrocemento, per intendersi. Chiamasi il progresso, dicono.

Comunque il merito di aver conservato la città alta pare che sia di un tale Atanas Krastev, uno che è stato per 33 anni sindaco della Plovdiv antica. Un pittore astratto (peraltro niente male) che viveva in una casa del Rinascimento bulgaro, tutta in legno e piena di quadri che lo ritraggono. Nel giardino, invece, un altro artista bulgaro, tal Kirov, ha messo il regalo di compleanno alla sua donna: una serie di opere che hanno lei come oggetto. O almeno alcune parti di lei che potete facilmente immaginare. Ai tempi di youtube avrebbe sicuramente postato un bel filmino…

Il problema è: treno alle 21. Come passare il resto del pomeriggio? Qualcosa si inventa sempre. Fra una dormita nel parco (moolto salutare se non fosse per due bambini che, chissà perché, stanno prendendo a martellate il manubrio della loro bicicletta), una birra, un gelatino, un salto in un posto wireless, una galleria d’arte, un’altra girata, un supermercato, un panino, una coca s’è fatta l’ora di tornare verso la stazione. Fra incontri romani e tedeschi, la bella sorpresa è che il treno ha circa 4 ore di ritardo. Insomma, buonanotte a tutti. Domani mi sa che a Istanbul me la dormo tutta. Ciauz!

Ps: i miei giudizi artistici non valgono un benemerito. Anzi, semmai l’avanguardia bulgara è una vera e propria scoperta…

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