Viaggio – Come se fosse un diario (notte 6 e giorno 7)

Giorno 6 (notte)

Le stazioni non solo luoghi di arrivi, partenze, struggenti addii, grandi ritorni, lacrime negli occhi e fazzoletti in mano. Sono luoghi di incontri. E se poi il tuo treno è in ritardo di qualcosa come quattro ore il contatto umano è inevitabile. Un po’ di lamentele, la condivisione di qualche informazione, un caffè, due chiacchiere.

Alla stazione di Plovdiv, in attesa del treno fantasma per Istanbul incrocio due ragazze tedesche che sembrano, e sono, spaesate. Vengono dalla costa, da Burgas, e hanno sbagliato fermata. Dovevano scendere a Stara Zagora ma nessuno ha indicato loro la località dove dovevano scendere. E si son ritrovate a Plovdiv per cercare di risalire sullo stesso treno, prima o poi. Dopo aver constatato l’enorme ritardo del treno mi invitano a prendere un caffè con loro. Il bar della stazione è una delle cose più paradossali di tutta la città. Un altoparlante diffonde nella zona musica anni Ottanta a randello. Tutte le hit dell’epoca con qualche svisata negli anni Novanta, Blur compresi. E qui la musica di quel periodo piace, tant’è vero che a dicembre è previsto un attesissimo concerto nientemeno che di Al Bano (che se non li fa qui…)

Mona (sì, si chiama proprio così) e Sabina sono simpatiche e carine. E’ Mona delle due la leader della coppia: parla lei, prende decisioni, traduce all’amica alcune cose che non comprende in inglese. Sono due neodiplomate di Stoccarda e hanno scelto l’Interrail come viaggio di festeggiamento prima del passaggio all’università. Non hanno deciso ancora cosa fare, forse studieranno per fare le maestre, ma ottobre è lontano e possono ancora permettersi di aspettare a decidere. Di certo, dicono, non resteranno a Stoccarda. Vogliono muoversi, vogliono conoscere e vivere altri posti. In Germania non sono mica bamboccioni… Facciamo a turno a controllare i bagagli per andare a pisciare o a controllare il tabellone dei treni. A un certo punto si unisce a noi un uomo di circa 70 anni. Insegna inglese, fa lo scultore e il suo treno parte alle 5 del mattino. Ma è venuto presto in stazione proprio per fare nuovi incontri. Ci racconta anche che suo padre, ha 102 anni, è un importante scrittore bulgaro. Parla le lingue, anche l’italiano, ed ha esposto le sue opere anche in Italia. Si ricorda di Follonica e di Rimini. A Firenze c’è stato 35 anni fa. “Quando tu ancora non c’eri”, dice. Lo prendo come un complimento. Ci scambiamo la mail, poi arriva il treno. Le ragazze hanno da fare un cambio di vagone al confine. Io vado in cuccetta dove sono con due olandesi e una coppia internazionale: una spagnola e un inglese. Ci sistemiamo e buonanotte. Arrivederci a domattina.

Magari! A un’ora imprecisata della notte, al confine turco, ci fanno scendere tutti per la dogana. Fa un freddo cane ma in compenso le zanzare hanno trovato da mangiare. La coda è lunga e qualcuno deve anche comprare il visto di ingresso. Io ho sonno ma vorrei un caffè. Ma senza lire turche non si può. Dopo sto strazio si torna a letto. Fino a domattina, giorno 7. Viaggio indenne, nemmeno troppo caldo. Istanbul, sto arrivando.

Giorno 7

Eccoci, con le quattro ore promesse di ritardo sono a Istanbul. La stazione di Sirkeci sembra quella di Pontassieve. Due binari, bancomat che non funzionano, un ufficio informazioni dove parlano inglese a malapena. Ritrovo le due studentesse provate dal viaggio: sono 25 ore che vanno da un treno all’altro. Dopo aver preso i soldi mi invitano a prendere un caffè. E cosa scelgono? Burger King. E in più ci aggiungono un bell’hamburger di pollo, che alle 11 di mattina, insieme a patatine fritte e ketchup ti sistema la giornata. Io provo un lemon pie: la cosa più terribile che abbia mai mangiato.

Ci salutiamo. Loro prendono il taxi, ci scambiamo i contatti ma non credo riusciranno mai a chiamarmi perché penso di aver scritto male il prefisso. Ci sentiremo via Facebook al ritorno, forse. Mi tuffo nel caos di Istanbul. Prendo il tram a gettone (40 centesimi a corsa) e arrivo nella zona della Moschea e di Santa Sofia. Trovo presto l’albergo, è nella strada principale. La stanza è piccola ma confortevole. Il bagno è enorme ed in marmo. La doccia, dopo 24 ore dalla partenza da Sofia, è un verotoccasana. Tanto che dopo mi addormento e mi sveglio che si son fatte le sei. Faccio un primo giro ed è subito una bella impressione.

La Moschea Blu è veramente un’esperienza notevole. E’ meraviglioso girare scalzi sui tappeti che coprono tutto il pavimento. E’ bellissimo come i turchi la vivono, in attesa del tramonto in giorno di Ramadan. Ci sono bambini che giocano e che corrono, donne che chiacchierano nelle zone a loro dedicate. L’unica pecca sono i turisti, che parlano ad alta voce ed urlano come se fossero al mercato. E’ bellissima un’altra cosa: le donne devono coprirsi col velo. Possibilmente sono ancora più belle e interessanti, dopo quell’apoteosi di cosce, di culi e di tette al vento che era Belgrado. Sia chiaro, non sono bacchettone e comunque uno in qualche modo pensa sempre a quello che c’è sotto il velo. Ma come dice una frase del Corano che appare su un tabellone subito fuori la moschea: non mi interessa il tuo corpo, non mi interessa neanche il tuo viso, mi interessa quello che sei. Non è mai stata la mia massima di vita. Lo dico sempre: forse mi sono perso qualcosa ma non ho mai avuto amiche, che si possano definire tali, brutte. A mio parere, ovviamente.

E dopo, è movida nel Ramadan. Ci saranno migliaia di persone fra gente del posto e turisti. Hanno apparecchiato nei giardini, pronti a interrompere il digiuno. Famiglie intere, coppie, anche i negozianti si mettono a mangiare, bere e fumare in pubblico. I turchi sono molto ospitali. Un turco cipriota mi chiede un’indicazione e si stupisce che io non sia turco. Vive un Germania, a Dusseldorf. Mi invita a bere qualcosa. Sinceramente ancora non mi fido (e sulla guida c’è scritto di stare attenti alle truffe, che magari ti portano in un localaccio e ti fanno spendere tutto quello che hai) e quindi declino. Faccio un lungo giro, capito anche in un bar dello sport con tutte le foto d’epoca appese alle pareti. Poi torno nella zona centrale e mi siedo su una panchina. Dopo pochi minuti una coppia mi chiede di far loro una foto. Mi “ripagano” offrendomi un tè. Lavorano all’aeroporto, ma vengono da un paesino a est della Turchia, dopo la Cappadocia. Faccio loro una seconda foto. Mi chiedono se sono un fotografo professionista. Lusinghieri… Tempo di mangiare. Con tre lire turche mi sparo una vaschetta di anguria fresca, poi vado su un gelato fatto col latte di mandorla. Poi la fatica si fa sentire, il cellulare no e quindi dopo un giretto nella zona dei bazar torno in camera. Gli occhi si chiudono in fretta. Ma il sapore è quello di una serata davvero bella. Forse resterò qui un po’ più a lungo.

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