Viaggio – Come se fosse un diario (giorni 13 e 14 mattina)

A volte il giorno incomincia di notte. E incomincia in una carrozza di treno anni Settanta, dove lo spazio è poco e nessuno rispetta il divieto di fumo. I miei inconsueti compagni di viaggio verso la Serbia sono: un italiano di Arona che lavora come programmatore informatico per una multinazionale spagnola ma che gestisce un locale alla moda della zona, il Melting Pop; due tedeschi che studiano musica jazz all’università; una coppia formata da un turco che studia cinema a New York e una inglese che ha vissuto a lungo in Olanda e che studia cultura africana a Londra e vuole fare la fotoreporter. Un connubio micidiale fra una chiacchiera e un’altra, la condivisione del cibo e una partita a “merda” (che in inglese si chiama, ho scoperto, “asshole”) che dura fino alle tre di notte. Già, perché c’è da aspettare la famigerata frontiera turca: tutti giù dal treno per timbrare i passaporti. Solo dopo montiamo le cuccette (e stavolta mi tocca quella bassa, almeno posso alzarmi per pisciare quando mi pare) e dormiamo fino a mattina fra un controllo passaporti e una verifica biglietti. La mia claustrofobia mi concede una sveglia alle sette e mezza del mattino, mentre i miei compagni di viaggio andranno lunghi fino alle undici. Il capotreno mi prepara un caffè che mi serve a spendere le mie (pen)ultime lire turche. E poi la doccia fredda. Ore 12,30 a Sofia. Il controllore avvisa tutti: abbiamo perso la coincidenza col treno bulgaro. Si riparte fra sette ore. Che fare? Mi metto al computer e la soluzione si apre facile davanti a me. Dormire a Sofia!

Sofia parte seconda, dunque. Mi prenoto una stanza col computer e poi l’illuminazione: c’è Cska Sofia – Steaua di Europa League. Da non perdere. Intanto me la sudo tutta a trovare l’ostello. Ho l’indirizzo. Mi ci faccio portare in taxi dopo aver contrattato (in realtà alla fine ci accordiamo perché accenda il tassametro) ma il posto proprio non lo vedo. Faccio la strada avanti e indietro e poi mi accorgo del portone. Il nome è scritto solo sul campanello. E il posto è al quinto piano! Mi vien voglia di telefonare e disdire, ma poi mi dico che una rampa di scale non ha mai ammazzato nessuno. Cinque, senza ascensore, vedremo. Arrivo. Mi sistemo. Mi lavo. E schianto dal sonno. Mi sveglio giusto giusto per andarmene al match.

Ora, se hai la fortuna di trovare subito lo stadio, quindi presto il botteghino la metà dovrebbe essere fatta. Il bigliettaio parla inglese e mi faccio consigliare sul posto. Mi dice di andare in gradinata che in tribuna c’è il rischio che il posto nel parterre non permetta una buona visione a causa delle panchine. Gli dò ragione, pago la bellezza di 5 euro e mi avvio. Problema numero uno: cordone di polizia intorno allo stadio che ti rimanda sempre alla porta successiva. Praticamente faccio il giro di campo per scoprire che i cancelli apriranno di lì a mezz’ora. Problema numero due: sarà anche vero che la gradinata è meglio ma il sole picchia in faccia e non c’è copertura. E l’acqua che vendono è calda. Problema numero tre: in gradinata c’è tifosi veri, solo probabilmente con qualche soldo in più. Indi la partita la vedo in piedi fra un coro e un fischio, fra una bottiglia di birra e una sputazza di semi e pistacchi.

Il tifo. Come dappertutto. Una espressione del peggio dell’animo umano. A Sofia, poi, arrivano allo stadio completamente ubriachi dopo essersi scolato il loro prodotto preferito: la bottiglia di birra da 3,5 litri. Anche perché dentro lo stadio non si può bere. Poi cori e canti (anche io faccio la coreografia, ci hanno dato una sorta di bandierina bianca, che col settore accanto compone il biancorosso dei colori della squadra) e, quando le cose si mettono male, anche qualche litigio fra tifosi. Mi colpiscono le offese agli avversari rumeni: quando li vogliono offendere li chiamano “zingari”. Ma poi passa lo Steaua. Mi colpisce anche un tifoso che si mette accanto a me. E’ completamente sbronzo. Non riesce nemmeno a fare i cori, ma solo a muovere il braccio chiuso a pugno completamente fuori ritmo. A un certo punto tira fuori il cellulare a fa un lungo piano sequenza sui tifosi: prima la curva, poi la gradinata, poi il suo amico, poi il mio vicino di posto cui ha fino ad allora scroccato i semi. A un certo punto fa un primo piano anche a me. E’ bollito.

Venerdì. Con calma. Dalla colazione nell’ostello insieme a degli studenti turchi di archeologia. La marmellata di prugne fatta in casa è qualcosa di eccezionale. Me ne servo con piacere, anche perché mi aspettano 6-7 ore di treno. Ho deciso di andare a Nis, Serbia meridionale, per spezzare il viaggio. E poi si vedrà. Alla stazione trovo anche il tempo di prenotare il posto. Cosa che, scoprirò, è faccenda del tutto inutile. Poi me la dormo tutta, fino a destinazione.

 

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