Festival di Internazionale a Ferrara – Giustizia o vendetta per gli Usa pari sono

Esiste la giustizia? Come si esercita? Come si promuove? Come si evitano disparità di trattamento? E soprattutto la legge è uguale per tutti ovunque e in ogni momento?

Chi ha studiato giurisprudenza, come me, ha imparato immediatamente a relativizzare il concetto di legge. Quello che è oggi non necessariamente è stato ieri e probabilmente non sarà domani. Ma la giustizia in senso filosofico ed etico è un’altra cosa. E se si relativizza anche quella allora tanto vale tornare alla legge del taglione.

Al Festival di Internazionale di Ferrara si è parlato anche di questo tema. Si è riflettuto di giustizia. Grazie a due documentari della rassegna “Mondovisioni”: Prosecutor di Barry Stevens e You don’t like the truth – 4 days inside Guantanamo di Luc Cotè e Patricio Henriquez. Curiosamente due produzioni canadesi, l’altra faccia dell’America del Nord.

Prosecutor è un documentario che meriterebbe l’Oscar. Anche per il miglior attore protagonista, che è poi il procuratore capo della Corte Penale Internazionale dell’Aja, Luis Moreno-Ocampo.

“L’era dell’impunità è finita”. E’ questo il mantra che ricorre nell’arco dell’ora e mezzo di documentario. Con una corte super partes, riconosciuta dalla maggioranza delle nazioni del mondo (120 su oltre 190, ovviamente con l’esclusione degli Usa, della Russia, di Israele e della Cina, fra gli altri) il genocidio e i crimini contro l’umanità sono perseguibili dal 2002. Ma non è tutto così facile. Ed è in questo viaggio nella battaglia del procuratore capo, l’argentino Moreno-Ocampo, una vita passata dall’accusa nel processo contro i militari nel suo paese alla trasmissione televisiva “Forum” versione biancoceleste, che si comprendono tutti i limiti della possibilità di attuazione della giustizia in questo pianeta. Fra veti incrociati e mancanza di un potere esecutivo delle decisioni della Corte, che viene demandato agli stati aderenti. Fra cavilli legali e statutari e un organico di sole 300 persone per mandare avanti tutta la macchina. Eppure con  la capacità di emettere un mandato di arresto internazionale per un presidente di uno Stato in carica, come il sudanese Omar al Bashir, e di intervenire nei conflitti più sanguinosi, dalla Repubblica Democratica del Congo all’Uganda. Per una attività mai esente dalle critiche, sull’efficacia e sull’opportunità politica dell’avvio dei procedimenti. Anche provenienti da importanti associazioni non governative, come è successo da parte di Medicine Sans Frontieres per il caso Darfur. E non solo, quindi, dagl Stati che non riconoscono la legittimità dell’organismo. L’era dell’impunità, anche per questo, non è ancora finita. Ma il sogno di Moreno-Ocampo è sempre vivo. In Africa come nell’Argentina dei desaparecidos. Perché finalmente si possa dire “nunca màs”, mai più.

E mentre c’è chi sogna un tribunale della giustizia globale c’è ancora qualcuno che pensa di poter cambiare le regole del gioco. E di sospendere per una presunta emergenza internazionale ogni garanzia non solo democratica ma anche, verrebbe da dire, umanitaria. E’ stato il caso di Omar Khadr, 15enne cittadino canadese, arrestato in Afghanistan e detenuto a Guantanamo per anni. E lasciato lì a scontare una pena prima della condanna. Che ha  aggiunto alle torture fisiche degli aguzzini dei campi afghani (Bagram su tutti) quelle psicologiche della base americana a Cuba. Una vicenda che conferma tutte le contraddizioni di un grande paese democratico come gli Stati Uniti. Che, però, mal sopporta le regole internazionali, e probabilmente le viola. Che, però, non si ferma neanche davanti al dolore e alle difficoltà di un ragazzino imbattutosi in qualcosa di molto più grande di lui. Alla prigionia senza processo si aggiunge la falsa speranza dei rappresentanti dell’intelligence canadese. Che lo interrogano non per aiutarlo, ma per estorcergli informazioni da passare al governo americano. Informazioni che, con tutta probabilità, hanno contribuito alla condanna addirittura per crimini di guerra (con patteggiamento) per il ragazzo, ormai diventato adulto dietro le sbarre. Nel documentario, diretto, crudo, senza filtri, commuove la pietà dei suoi ex compagni di cella. Commuove anche la figura dell’ex aguzzino, un militare americano corresponsabile delle torture a Bagram, ma che riconosce le sue colpe e, soprattutto, partecipa del dolore di un figlio cui si impedisce di vedere la madre, cui si è negato ogni futuro. Al di là delle responsabilità, al di là delle colpe. Lo dice anche il militare americano, d’altronde: “Anche io, se fossero arrivati ad uccidere i miei amici, avrei tentato di sparare per primo”.

Eppure dall’11 settembre 2001, in qualche modo e in qualche senso, per combattere il terrorismo internazionale sembra essere tutto permesso. Invece di cercare la giustizia, insomma, si perpetra una sorta di vendetta legalizzata. E la si ammanta di verità. La si maschera da diritto. Sarà forse per questo che gli Stati Uniti non hanno firmato lo Statuto istitutivo della Corte Penale Internazionale?

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