Archive | novembre 2011

Quattro musei in quattro giorni. A Roma

Roma caput mundi o meglio caput culturae. Quattro giorni non bastano, certo. Ma me li son fatti bastare. Fra viaggi interminabili sui mezzi pubblici, cene tra amici, il match della nazionale all’Olimpico contro l’Uruguay e, soprattutto, tante mostre e appuntamenti culturali. Per il piacere di viaggiare, per il gusto di vedere un po’ di mondo. Il tutto in una Roma con le orecchie tese alle notizie provenienti dal Quirinale e dal Parlamento.

Primo appuntamento quello che mi ha spinto a muovermi in anticipo verso Roma: la mostra sul realismo socialista al Palazzo delle Esposizioni. Un tuffo nella storia, dall’esaltazione della vittoria dell’ideologia comunista, al controllo sull’arte e sulla cultura dello stalinismo (gli artisti devono essere allineati, le loro opere devono riflettere la realtà della creazione di una società migliore, più equa e quindi più felice), alla glasnost. Quando, destrutturando l’immagine sempre così limpida e perfetta negli anni della guerra fredda riappare in mostra tutta la solitudine dell’uomo che non conta nulla nei confronti dello Stato totalizzante e al posto del sol dell’avvenire può al massimo spalancare le finestre e guardare una notte stellata. Quadri belli, allestimento perfetto, catalogo così così. Merchandising (purtroppo) inesistente.

Boris Kustodiev, Il Bolscevico, 1920

Al piano superiore è interessante anche l’esposizione “Homo Sapiens”. Che racconta, scientificamente, come non esistano razze diverse nell’umanità e che in ogni ora del giorno e della notte facciamo uso comune di strumenti, cibo, vestiti che appartengono a culture diverse dalla nostra. Senza pensarci su neanche un attimo quando invece critichiamo l’eccessiva immigrazione, quella che “ci porta via il lavoro”. Quella che “ci porta le malattie”. Lì ho imparato che la cravatta l’hanno inventata i croati nel Settecento, e il nome lo prende proprio dal termine “croata”.

Al Vittoriano il protagonista è invece Piet Mondrian. Quello, per intendersi, che ha ispirato il design delle confezioni dei prodotti L’Oreal. L’esposizione (che unisce dipinti suoi e del De Stijl olandese) va dal periodo dell’impressionismo e della Scuola dell’Aja fino al neoplasticismo e al De Stijl. Un percorso tutto interiore e ben spiegato, dalla realtà al simbolo, dalla complessità ai colori primari non proprio completissimo ma di sicuro impatto. Di certo non particolarmente emozionante, ma di sicuro interesse culturale.

Un salto lo faccio anche nell’esposizione aperta lì accanto. Ci sono le foto e i cimeli dello sbarco degli americani sulle coste laziali alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Battaglia di Anzio compresa. Bello soprattutto il documentario conclusivo con le testimonianze degli abitanti della zona. E i racconti dell’arrivo dei soldati che portavano in regalo cioccolato e sigarette. Come se fosse una festa. Era la guerra civile.

Il MaXXI, museo nazionale delle arti del XXI secolo, è proprio una sorpresa. Strano trovare una struttura così al quartiere Flaminio. Un po’ relegata lì, fra una chiesa e un condominio, ma affascinante nell’architettura e nei contenuti. Se poi la mostra principlae è “Indian Highway”, una rassegna dell’India contemporanea tra tradizione e modernità il risultato è garantito. Stupisce di vedere come in una metropoli come Mumbai i problemi siano gli stessi delle nostre piccole città, come una nuova pista per l’aeroporto. Che non si fa perché occorrerebbe buttare giù le baracche dei poveracci e ricollocarli altrove. Magari in residenze più degne. Ma in questo caso la modernità e il progresso non vale. Colpisce il documentario della protesta delle donne contro le violenze dell’esercito nei confronti del genere femminile. Con passionarie indù che si denudano davanti alle caserme per dire no agli stupri e alle prevaricazioni. Inquieta, infine, la differenza fra le grandi opere futuristiche delle grandi città e la lentezza e l’obsolescenza della burocrazia: dove la carta non è ancora stata soppiantata dai computer e i ventilatori cigolano appesi alle pareti come in un romanzo di Chandler.

Ultima tappa alla Centrale Montemartini. Alla Garbatella il connubio tra archeologia industriale e arte romana repubblicana e imperiale. Statue e mosaici nel bel mezzo di motori e caldaie di fine ottocento e un’open space dove la contraddizione diventa ricchezza, dove il bianco del marmo e il nero del carbone diventano altro rispetto alla solita rappresentazione paludata fra tappeti e stucchi, in enormi sale anodine, senza storia e senza relazione. Bello. Salvo il percorso per arrivarci, nonostante l’effetto dell’ex gasometro in lontananza che fa molto Ferzan Ozpetek.

Il calcio alla fine del mondo – Corea del Nord già fuori da Brasile 2014

Il pallone rotola ancora sui campi sudamericani mentre scrivo queste note. Ma molto è già successo in questo venerdì di calcio internazionale in tutto il globo. Dall’Europa all’estremo Oriente, passando per Africa e tutte le Americhe.

EUROPA

Tutto (o quasi) secondo pronostico negli spareggi per gli ultimi posti a Euro 2012. Eire e Croazia hanno già un piede e mezzo in Ucraina e Polonia. Vittorie sonanti in Estonia e in Turchia e biglietto già prenotabile per il prossimo appuntamento continentale. Alla Repubblica Ceca potrebbe risultare di platino il gol segnato al 90′ per il 2-0 al Montenegro, ma gli slavi sono ostici in casa propria e ci potrebbero ancora essere sorprese. Rimane aperta la sfida fra Bosnia e Portogallo dopo lo 0-0 a Zenica. I lusitani devono superare il solito problema: quello del gol.  Che nonostante Cristiano Ronaldo rappresenta sempre un problema.

AFRICA

Appena finite le qualificazioni per la Coppa d’Africa ed è già tempo di iniziare la lunga marcia per Brasile 2014. La povertà del continente ha già fatto la prima vittima: le isole Mauritius che si sono ritirate dalla manifestazione qualificando già al turno successivo la Liberia. In attesa dell’ingresso alla manifestazione delle grandi è stato il giorno delle vittorie in trasferta, che valgono triplo visto che siamo nella fase degli scontri diretti: cinque gol del Congo a Sao Tome e Principe; quattro della Namibia in Gibuti; tre del Kenya alle Seychelles e della Repubblica Democratica del Congo in Swaziland (ma con un gol al passivo). Di misura i successi della Tanzania in Ciad (2-1) e del Mozambico alle Comore (1-0). Ancora aperte, dunque, le sfide fra Eritrea e Ruanda (1-1), Guinea Equatoriale e Madagascar (2-0), Guinea Bissau e Togo (altro 1-1) e Lesotho – Burundi (1-0).

ASIA

Sorprese e risultati inattesi nella quarta giornata dei quattro gironi a quattro squadre che qualificano le ultime otto aventi diritto a giocarsi l’accesso alla fase finale. Intanto il primo verdetto a sorpresa con la Corea del Nord, presente a Sudafrica 2010, battuta in Uzebkistan e già fuori dalla manifestazione. Insieme agli uzbeki già avanti anche il Giappone che ne è ha rifilati quattro in trasferta al Tagikistan. Quasi deciso anche il girone 1 con la Giordania a punteggio pieno (battuto 2-0 Singapore) e l’Iraq che regola la Cina e la elimina virtualmente dai giochi. Equilibrio negli altri gruppi. E se la Corea del Sud batte gli Emirati Arabi Uniti e vola, il Libano fa lo sgambetto in trasferta al Kuwait e sorpassa in classifica. Il ko inatteso è quello dell’Australia in Oman che, visto il contemporaneo successo dell’Arabia Saudita con la Tailandia, rende ancora incerto l’esito del raggruppamento. Si ferma anche l’Iran che non va oltre il pari con il Bahrain e si fa raggiungere dal Qatar che regola l’Indonesia.

E in America che è successo? Bisogna aspettare che passi la notte. Di certo c’è che l’Argentina di Sabella non vola e solo Lavezzi la salva dal ko in casa con l’ultima della classe, la Bolivia. L’Uruguay, che martedì arriva all’Olimpico contro l’Italia, ne fa invece quattro al Cile degli “epurati” (in quattro sono stati rimandati a casa perché si sono presentati ubriachi all’allenamento) con poker solenne di Suarez. Il resto si vedrà…

Le luci della centrale elettrica su XL con “C’eravamo abbastanza amati”

Toh, chi si rivede. Ha salutato a settembre con un megaconcerto al teatro Romano di Verona ed eccolo lì pronto, con nuovi progetti e idee da sviluppare. Vasco Brondi, alias “Le luci della centrale elettrica” ha annunciato ieri sul suo sito e sul profilo di Facebook un nuovo prodotto e un tour che partirà a dicembre e per due mesi girerà l’Italia. A lui la parola.

Il 28 novembre uscirà con XL una specie di EP che si è allargato fino a diventare una sorta di disco vero e proprio che si chiamerà C’eravamo abbastanza amati. Dentro c’è una canzone nuova, delle canzoni di altri rovinate e alcune registrate dal concerto al teatro Romano di Verona. Dall’inizio di settembre, finito il tour, ho lavorato ininterrottamente a queste idee sparse senza che avessero una precisa destinazione. 

Avevo scritto questa cosa durante l’estate, una canzone narrativa e con una sua strana spensieratezza, l’ho registrata in camera mia in un giorno, in presa diretta con Rodrigo al violino elettrico e al piano. Poi c’erano le canzoni degli altri che mi girano da sempre in testa che volevo fermare rovinandole a modo nostro e poi c’erano delle registrazioni dell’ultimo tour estivo che è stato per me particolarmente importante e che non volevo lasciare ferme in un hardisk.

Contemporaneamente è arrivata da XL questa proposta e quindi eccolo, tutto aveva una piccola destinazione. C’eravamo abbastanza amati, con un disegno di copertina di Marco Cazzato che ho avuto sul desktop del computer in questi mesi e che era nella mia testa il bianco sporco e i lineamenti ideali che fanno da sottofondo a tutto il disco.

Seguirà un tour invernale di una ventina di date, soprattutto nei posti che durante l’estate o durante tutto l’anno non siamo riusciti a raggiungere e quest’inverno invece li raggiungeremo.

E dopo il successo del film “Ruggine” e della sua colonna sonora “Un campo lungo cinematografico”, Vasco approda sul magazine più cool del panorama italiano. A passi veloci, con la sua voce sofferta, la cadenza ferrarese e una chitarra con il nome del gruppo scritto col pennarello sullo scotch. E qualche parola in più su questi cazzo di anni zero, questi anni di “lavoro mai” dove ogni piccola parola, ogni singola emozione siamo disposti anche a chiamarla felicità. Come potrà essere l’ascolto del suo nuovo disco. O una data del suo tour.

Ergastolo, una tortura lunga una vita. A cui si può dire di no

Vivere giorno e notte con la certezza che non ci sarà altra libertà della morte. Vedere sempre lo stesso orizzonte, per ogni giorno, per ogni ora che Dio manda in terra. E con la coscienza della colpa che, comunque, non ti abbandonerà. Con il marchio del “fine pena mai” che è solo l’inizio di una punizione che, per molti, può essere molto peggiore del non continuare a vivere.

L’ergastolo, la condanna a vita. E non solo. L’isolamento in carcere. E gli ospedali psichiatrici giudiziari. Così, dietro delle semplici parole, muore non solo un po’ di giustizia. Ma anche il principio della finalità rieducativa della pena. Anche per questo che l’associazione “Liberarsi” con il patrocinio del Cesvot e del Gruppo Consiliare Federazione della Sinistra della Regione Toscana ha organizzato a Firenze la terza edizione dell’incontro “La tortura nelle carceri italiane”.

Per dire, ancora una volta, che l’ergastolo è un istituto che va abolito, così come la pena di morte, a livello europeo. Un risultato che darebbe, peraltro, una risposta al problema della dignità umana nelle carceri. Dove non può trovare altro nome che tortura il problema del sovraffollamento, con tutte le sue conseguenze dal punto di vista psicologico e igienico-sanitario. E la cui soluzione non è quella di un piano di edilizia carceraria, perché a poco o nulla servirebbero 9mila posti in più nei nuovi edifici. Visto che il “fabbisogno”, al momento, sarebbe di oltre 20mila posti.

Insomma, la storia delle carceri italiane, è una storia di diritti umani violati. Lo ha raccontato a piena voce Giuliano Capecchi, presidente dell’associazione Liberarsi. Uno che le carceri le vive e le ha vissute dal di dentro, cercando di capire le storie di chi, inevitabilmente, non vedrà mai aprirsi la porta di uscita. Da qui la storia di Ivano, 41 anni, che ha deciso di smettere di studiare, perché non vede futuro. E di massacrarsi a forza di durissimi esercizi fisici e palestra. Per autoinfliggersi, per far crescere il corpo ai danni di una mente che non vuole più credere e pensare. O quella dello “zio” che, nonostante il tumore allo stadio terminale, la carrozzella e la necessità di assistenza continua, viene condannato all’isolamento diurno. O di Carmelo, che si interroga se sia necessario, per svegliare le coscienze, un gesto sensibile e definitivo, come lo sciopero della fame a oltranza e fino alla morte.

Ma, per fortuna, esiste una cultura altra. Che non è solo quella della vendetta e della punizione. E che viene da lontano, se è vero che anche Aldo Moro ebbe a criticare l’istituto del carcere a vita e senza attenuanti. Ed anche in Europa e nel mondo qualcosa si sta muovendo nel senso della priorità dei diritti umani come principio ordinatore di un’altra politica giudiziaria. Stanno dando i primi effetti, infatti, i ricorsi sulla base della sentenza Sulejmanovic della Corte europea dei diritti dell’uomo. Sentenza, questa, che ha condannato nel 2009 l’Italia al risarcimento dei danni morali a un detenuto per le condizioni ritenute inumane e degradanti. E ben di più ha fatto di recente la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che ha dato ragione alla Corte Federale della California. Questa aveva intimato al governatore dello Stato di ridurre nell’arco di tre anni di un terzo la popolazione carceraria riservandosi, in caso di inadempienza, di procedere a ordini di scarcerazione singoli e forzosi.

Uno spiraglio c’è, dunque, per iniziare a parlare di diritti umani e di migliori condizioni carcerarie. E sarà il primo passo per una discussione seria e su vasta scala su ergastolo e pene. Certo, ancora non si è arrivati, a livello planetario, ad una moratoria per la pena di morte ed è difficile pensare che si vada già oltre. Ma una civiltà che tale si reputi deve pensare sempre oltre. Come Aldo Moro. Quasi cinquant’anni fa.

Tutto quello che forse vorresti vedere. E il teatro a Lucca diventa open source

Anche il teatro può essere open source. Come un software per computer, che tutti possono usufruire con facilità e senza avere bisogno di un supporto fisso.

E’ questa la scommessa di Roberto Castello, 51 anni di estro e talento, che da quando ne aveva venti calca i palcoscenici più prestigiosi della danza contemporanea italiana e internazione. E che, da direttore artistico della compagnia Aldes, ha scommesso anche sull’innovazione delle forme. E il teatro in cui andranno in scena le sue creazioni e le performance del cartellone da lui messo in piedi dalla sede di Lammari si trasforma in una rete. Nella quale, abbandonata la “ingenerosa” Capannori, sono caduti la Provincia di Lucca, i Comuni di Lucca, Porcari, Massarosa, Viareggio e Pietrasanta, la Fondazione Cavanis e il Centro di Arti Visive di Pietrasanta.

Roberto Castello, il sindaco di Lucca Mauro Favilla e l'assessore alla cultura della Provincia di Lucca, Diego Santi. Foto ufficio stampa Spam!

Era lo scorso aprile quando Roberto Castello, chiusa l’esperienza del cartellone invernale di Spam! ebbe l’idea di riunire informalmente alcuni operatori della cultura, dello spettacolo e della comunicazione per cercare di trovare altre forme di divulgazione della propria attività che non fossero, con i suoi pregi e i difetti, relegate in una sede ma diffuse sul territorio. Da quel primo embrione è nata l’esperienza che prenderà il via stasera al teatro del Giglio di Lucca con un concerto spettacolo di Peppe Servillo, il cantante degli Avion Travel. E che proseguirà proponendo al pubblico la possibilità di confrontarsi con i linguaggi della giovane danza e della nuova drammaturgia italiana e internazionale. “Senza meccanismi di tipo proprietario – ha tenuto a precisare Roberto Castello nella conferenza stampa di presentazione – ma dinamici e aperti alle realtà del territorio, modificando il prodotto da luogo a rete, per dimostrare che oggi è ancora possibile non solo fare ma anche divulgare la cultura rimandendo legati al territorio”.

Il programma

Dopo la festa concerto al Teatro del Giglio di Lucca con Peppe Servillo e Natalio Mangalavite la rete Spam! si trasferirà a Porcari il 12 novembre con la piece di Andrea Ronciglione “Avrei preferito essere Jacques Cousteau”. Il 21 novembre al teatro Jenco di Viareggio l’attesissimo “Carne Trita” che avrà come protagonista lo stesso Roberto Castello. Il 24 e il 25 novembre, prima a Viareggio quindi a Porcari la giovane danza contemporanea di Foscarini, Nardin e Dagostin e la performance di danza e video di Icp Il Corpopensante, Laura Moro e Manuela Tessi. Per proseguire, almeno per ora, fino al 30 dicembre con un programma che può essere visualizzato su http://www.spamweb.it.

Per questo è, come dice lo slogan della rassegna, proprio “Tutto quello che forse vorresti vedere”

Lucca Comics and Games 2011, 155mila persone fra sorrisi e fumetti. E ora?

A Lucca 155mila sorrisi per le vie del centro storico. E una città che per cinque giorni ha cambiato volto, mostrando le sue qualità e le sue bellezze. E tutte le sue potenzialità, non sempre sfruttate per un presunto istinto di sopravvivenza e un nemmeno troppo celato desiderio di autosufficienza.

La folla per le via di Lucca. Foto di Andrea Antoni per http://www.luccacomicsandgames.com

 

Ma cosa sono diventati i Comics nel 2011? Non più una mostra del fumetto e del gioco intelligente. Troppo grandi le dimensioni, troppo importante la location per potersi limitare a questo. Neanche soltanto una fiera, perché l’evento abbraccia troppe diverse dimensioni per farsi racchiudere in questa definizione. Lucca Comics and Games è tante cose e tutte insieme. Ed è sostanzialmente un evento ormai internazionale che richiama grandi autori, grandissime aziende multinazionali e un pubblico che, ogni anno, deve essere gratificato con novità e iniziative in grado di convincerlo a farlo ritornare anche l’anno successivo. E così il traguardo delle 200mila presenze potrebbe anche non essere così remoto.

Ma i contenuti? E’ ormai evidente che le due principali realtà di Lucca Comics sono entità a sè stanti e con futuro e vocazioni completamente diverse. Da una parte i Games, sempre più grandi, sempre più pletorici. Una serie di padiglioni dove il gioco tradizionale si mescola all’elettronica, dove il gioco di ruolo diventa componente fondamentale e indipendente e dove la componente culturale, che dovrebbe restare centrale in ogni fiera o mostra che si rispetti, rischia, prima o poi, di lasciare spazio al semplice appuntamento di promozione e mercato. In grande stile, si intende, e con grande ritorno commerciale per chi vi partecipa. Ma i grandi ospiti, le mostre, i guest of honor rischiano davvero di essere cannibalizzati e surclassati dal richiamo, rumoroso e totalizzante, proveniente dagli stand delle grandi case internazionali di produzione di videogames e prodotti dedicati al puro intrattenimento. Anche se l’organizzazione di quest’anno, il maggiore spazio e la netta separazione delle diverse aree ha permesso sicuramente una distinzione, anche visiva, dei settori che compongono il complicato mondo del gioco.

Discorso diverso, invece, va fatto per tutto quanto attiene al mondo del fumetto. Il settore Comics attira ancora un gran numero di appassionati del genere, ma, anche qui, rischia di perdere il filo. Innanzitutto perché presentazioni e incontri con gli autori, relegati a Palazzo Ducale o in Camera di Commercio, dialogano con difficoltà con il mondo degli standisti e delle case editrici, nonostante una migliore comunicazione e un programma ben compilato (e promosso anche da grandi cartelloni all’esterno dei padiglioni, che hanno facilitato anche lo spostamento della gente all’interno della città e delle diverse aree) invogliassero in continuazione alla partecipazione agli eventi. Come secondo elemento balza all’occhio lo scarso ruolo che ricoprono le produzioni indipendenti, quelle senza grande marchio ma di grande valore culturale sia come superficie occupata sia come posizionamento all’interno dei padiglioni. E anche come visibilità generale, se è vero che i premi dedicati al fumetto sono andati tutti a case editrici ben note nel panorama del fumetto nazionale (Coconino, Panini, ReNoir, Bd e Tunuè). Ed anche le mostre, allestite nelle splendide sale di Palazzo Ducale, rimangono fuori dal grande giro della comunicazione e della promozione che ruota intorno al mondo dei Comics, ed in cui anche i padiglioni dedicato alla vendita e allo scambio per collezionisti rimangono una realtà del tutto marginale.

Sulle mostre, in particolare, una digressione è d’obbligo. Va detto che, anche se forse non hanno avuto il successo che meritano, quest’anno erano davvero una più bella dell’altra. Dagli originali su tela delle due ipotesi di manifesto di Don Maitz su tema salgariano (uno dei più bei prodotti degli ultimi anni, sia come qualità sia come impatto), per proseguire nel mondo salgariano, con la presenza di autentiche “chicche” per gli amanti del genere. Ma non solo. Notevole l’allestimento dedicato alle graphic novel di Fior e Reviati e l’analisi di un settore quale quello del racconto per immagini che sta trovando sempre più appassioanti e lettori. E ancora la delicatezza del tratto, tradizionale ma allo stesso tempo molto intimista, di Jiro Taniguchi; i colori splendidi di Carll Cneut (colpevolmente dimenticato in ogni comunicazione e programma che parlasse delle mostre di Palazzo Ducale), in grado di trasportare immediatamente chiunque in un mondo fatto di clown ed elefanti, animali e improbabili esseri umani. Ambientazione perfetta e azzeccata anche per il Blacksad di Canales e Guarnido, con tanto di ricostruzione d’epoca dello studio da investigatore e per il V come Vendetta di David Lloyd. Infine posto d’onore per l’Artist Guest of Honor 2011, Paolo Barbieri, che forse per le sue creazioni avrebbe meritato una sala più dark rispetto alla galleria degli Ammannati.

Paolo Barbieri a lavoro. Foto di Andrea Brogi per http://www.luccacomicsandgames.com

E tanto altro ancora ci sarebbe da dire. Dal Japan Palace, affollatissimo fin dal primo giorno nonostante qualcuno temesse che la collocazione distante dal fulcro degli eventi potesse pesare sul successo del salone. Al Cosplay, che ha colorato la città di personaggi e maschere sempre più sofisticate. A Music & Comics, che ha popolato di gente (finalmente) anche le mura urbane, che fra due anni compiono 500 anni senza mai essere state sfruttate a pieno (baluardi e sotterranei compresi). All’ultimo arrivato, Movie and Comics: troppo giovane per essere valutato Troppo pochi gli eventi per l’edizione 2011 e, ahimé, nessun rapporto con le proiezioni in Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca, dove pure sono andate in onda produzioni importanti e rimaste un po’ sotto silenzio come Transformers 3 alla presenza di Scott Farrar e Trigun The Movie in anteprima italiana.

Una partecipante al Cosplay 2011. Foto Sara Corso

Cosplayers sulle mura. Foto Sara Corso

E il futuro? Bisognerà ripensare alla collocazione degli stand in piazza San Michele, a questo punto off limits (ma solo per i Comics o per Natale e il Settembre Lucchese saranno tollerate eccezioni?). Anche i Games dovranno forse traslocare in altro luogo dall’ex Balilla, anche se il trasloco all’area dei vivai Testi non sembra una soluzione di breve periodo. Anche perché di mezzo ci sono le elezioni amministrative a Lucca e, in qualche modo e in qualche senso, i responsabili di Lucca Comics and Games potrebbero dover confrontarsi con nuovi interlocutori. Di certo c’è che la strada è quella giusta. E l’obiettivo è chiaro: 200mila persone per le vie di Lucca. Forse già dal 2012.