Ergastolo, una tortura lunga una vita. A cui si può dire di no

Vivere giorno e notte con la certezza che non ci sarà altra libertà della morte. Vedere sempre lo stesso orizzonte, per ogni giorno, per ogni ora che Dio manda in terra. E con la coscienza della colpa che, comunque, non ti abbandonerà. Con il marchio del “fine pena mai” che è solo l’inizio di una punizione che, per molti, può essere molto peggiore del non continuare a vivere.

L’ergastolo, la condanna a vita. E non solo. L’isolamento in carcere. E gli ospedali psichiatrici giudiziari. Così, dietro delle semplici parole, muore non solo un po’ di giustizia. Ma anche il principio della finalità rieducativa della pena. Anche per questo che l’associazione “Liberarsi” con il patrocinio del Cesvot e del Gruppo Consiliare Federazione della Sinistra della Regione Toscana ha organizzato a Firenze la terza edizione dell’incontro “La tortura nelle carceri italiane”.

Per dire, ancora una volta, che l’ergastolo è un istituto che va abolito, così come la pena di morte, a livello europeo. Un risultato che darebbe, peraltro, una risposta al problema della dignità umana nelle carceri. Dove non può trovare altro nome che tortura il problema del sovraffollamento, con tutte le sue conseguenze dal punto di vista psicologico e igienico-sanitario. E la cui soluzione non è quella di un piano di edilizia carceraria, perché a poco o nulla servirebbero 9mila posti in più nei nuovi edifici. Visto che il “fabbisogno”, al momento, sarebbe di oltre 20mila posti.

Insomma, la storia delle carceri italiane, è una storia di diritti umani violati. Lo ha raccontato a piena voce Giuliano Capecchi, presidente dell’associazione Liberarsi. Uno che le carceri le vive e le ha vissute dal di dentro, cercando di capire le storie di chi, inevitabilmente, non vedrà mai aprirsi la porta di uscita. Da qui la storia di Ivano, 41 anni, che ha deciso di smettere di studiare, perché non vede futuro. E di massacrarsi a forza di durissimi esercizi fisici e palestra. Per autoinfliggersi, per far crescere il corpo ai danni di una mente che non vuole più credere e pensare. O quella dello “zio” che, nonostante il tumore allo stadio terminale, la carrozzella e la necessità di assistenza continua, viene condannato all’isolamento diurno. O di Carmelo, che si interroga se sia necessario, per svegliare le coscienze, un gesto sensibile e definitivo, come lo sciopero della fame a oltranza e fino alla morte.

Ma, per fortuna, esiste una cultura altra. Che non è solo quella della vendetta e della punizione. E che viene da lontano, se è vero che anche Aldo Moro ebbe a criticare l’istituto del carcere a vita e senza attenuanti. Ed anche in Europa e nel mondo qualcosa si sta muovendo nel senso della priorità dei diritti umani come principio ordinatore di un’altra politica giudiziaria. Stanno dando i primi effetti, infatti, i ricorsi sulla base della sentenza Sulejmanovic della Corte europea dei diritti dell’uomo. Sentenza, questa, che ha condannato nel 2009 l’Italia al risarcimento dei danni morali a un detenuto per le condizioni ritenute inumane e degradanti. E ben di più ha fatto di recente la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che ha dato ragione alla Corte Federale della California. Questa aveva intimato al governatore dello Stato di ridurre nell’arco di tre anni di un terzo la popolazione carceraria riservandosi, in caso di inadempienza, di procedere a ordini di scarcerazione singoli e forzosi.

Uno spiraglio c’è, dunque, per iniziare a parlare di diritti umani e di migliori condizioni carcerarie. E sarà il primo passo per una discussione seria e su vasta scala su ergastolo e pene. Certo, ancora non si è arrivati, a livello planetario, ad una moratoria per la pena di morte ed è difficile pensare che si vada già oltre. Ma una civiltà che tale si reputi deve pensare sempre oltre. Come Aldo Moro. Quasi cinquant’anni fa.

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