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L’autocoscienza di Penelope – Carol Ann Duffy

E dopo Euridice… Penelope. Già, perché Carol Ann Duffy è bravissima a smitizzare il mito, a guardare dall’altra parte del velo di quello che ci hanno sempre raccontato nella stessa maniera. E se Euridice era stufa di Orfeo e non sapeva cosa dirlo, cosa avrà pensato, invece, Penelope di Ulisse, che si era perso nel mare e non tornava più. Forse questo…

Penelope – Carol Ann Duffy

All’inizio, guardavo la strada
sperando di vederlo arrivare
camminando disinvolto tra gli ulivi,
un fischio al cane
che lo piangeva col muso caldo sulle mie ginocchia.
Sei mesi di questa storia
poi ho capito che passavano giornate intere
senza che me ne rendessi conto.
Presi ago e filo, forbici e tela

pensando di distrarmi,
invece mi ritrovai l’industria di una vita.
ricamai una ragazza
sotto una sola stella – punto a croce, seta argento –
che rincorre la palla saltellante dell’infanzia.
Per l’erba scelsi tre toni di verde;
un rosa antico, un grigio ombra
per mostrare una boccadileone che gargarizza un’ape.
L’albero lo ricamai col filo nocciola,

il mio ditale come una ghianda
spuntava dalla terra bruna.
Nell’ombra
avvolsi una fanciulla in un profondo abbraccio
col ragazzo-eroe
e mi smarrii del tutto
in un folle ricamo d’amore, desiderio, perdita e rimpianto;
poi guardai lui salpare
nei lenti punti d’oro del sole.

E quando gli altri vennero a prendergli il posto,
a disturbare la mia pace,
presi tempo.
misi su una faccia da vedova, tenni la testa bassa,
facevo il lavoro di giorno e lo disfacevo di notte.
Sapevo a che ora della sera la luna
cominciava a sfilacciarsi,
la rammendai.
Fili grigi e marroni

inseguivano il pesce guizzante del mio ago
a formare un fiume che mai avrebbe raggiunto il mare.
Lo ingannai. Mi stavo disegnando
il sorriso di una donna al centro
del mondo, indipendente, intenta, soddisfatta,
e certamente non in attesa,
quando fuori dalla porta – troppo tardi – udii un passo ben noto.
Inumidii il mio filo scarlatto
e ancora una volta infilai il centro della cruna.

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Perché tutto quello che si piange non è amore – Orfeo ed Euridice (e tre…)

E io ti verrei pure a prendere agli inferi e pure oltre. Ma se poi tu non solo sei morta ma non mi vuoi nemmeno? Ecco quello che succede. E la saga continua. Con Carol Ann Duffy…

Euridice – Carol Ann Duffy

Ragazze, ero morta e sepolta
nell’Oltretomba, uno spettro,
un’ombra di quel che ero stata, fuori dal tempo.
In quel luogo il linguaggio si fermava,
un punto nero, un buco nero
dove le parole erano destinate a finire.
Altroché se finivano,
le ultime parole,
famose o meno.
Ci stavo bene sottoterra.

Dunque immaginatemi laggiù,
inavvicianabile,
fuori dal mondo,
poi figuratevi la mia faccia in quel luogo
di Eterno Riposo,
nell’unico posto, direste, dove una ragazza sarebbe al sicuro
da quel tipo d’uomo
che ti segue dappertutto
scrivendo poesie,
gironzolando impaziente
mentre gliele leggi,
che ti chiama la sua Musa,
e una volta ti ha tenuto il muso per un giorno intero
perché gli hai fatto notare il suo debole per i nomi astratti.
Provate a immaginarvi la mia faccia
quando sentii,
dei del cielo!
un toc-toc familiare alla porta della Morte.

Lui.
Il grosso O.
Più grande del normale.
Con la sua lira
e i suoi versi da intonare, e io ero il premio.

Un tempo le cose erano diverse.
Per gli uomini, in fatto di poesia,
Grosso O era il migliore. Leggendario.
I risvolti di copertina dei suoi libri sostenevano
che gli animali,
dall’armadillo alla zebra,
s’accalcavano al suo fianco quando cantava,
i pesci guizzavano fuori dal banco
al suono della sua voce,
persino le mute, aride pietre ai suoi piedi
piangevano minuscole lacrime d’argento.

Balle. (Non lo saprò io,
che ho battuto a macchina tutto quanto),
E se mi venisse restituito il tempo,
state tranquille che preferirei parlare per me stessa
piuttosto che essere Cara, Tesoro, Dama Bruna, Dea Bianca, ecc.

In realtà, ragazze, preferisco essere morta.

Ma gli dei sono come gli editori,
maschi, di solito,
e quello che certamente sapete della mia storia
è il patto.

Orfeo avanzava tronfio declamando la sua roba.

Gli spettri esangui si sciolsero in lacrime.
Sisifo si sedette sulla pietra per la prima volta in tanti anni.
A Tantalo fu concesso di farsi un paio di birre.

La sottoscritta non credeva ai suoi orecchi

Volente o nolente,
lo dovevo seguire alla vita precedente-
Euridice, moglie di Orfeo –
e restare prigioniera delle sue immagini, metafore, similitudini,
ottave e sestine, quartine e distici,
elegie, limerick, villanelle,
storie, miti …

Gli avevano detto che non doveva guardare indietro
né voltarsi,
ma camminare deciso verso l’alto,
con me alle sue calcagna,
fuori dall’Oltretomba
in quell’aria lassù che per me era il passato.
Lo avevano avvertito
uno sguardo e mi avrebbe perduta
per l’eternità.

Così camminammo, camminammo.
Non parlammo.

Ragazze, dimenticate quello che avete letto.
È andata così:
feci tutto quanto in mio potere
per farlo voltare.
Cosa dovevo fare, mi dicevo,
per fargli capire che tra noi era finita?
Ero morta. Deceduta.
Riposavo in pace. Defunta. Buonanima.
Da lungo tempo scaduta…
Allungai la mano
per toccarlo una volta
sul retro del collo.
Ti prego, fammi restare.
Ma la luce era già incupita dal porpora al grigio.

Quanta fatica quella salita
dalla morte alla vita
e ad ogni passo
cercavo di farlo voltare.
Pensai di fregargli la poesia
da sotto il mantello,
quando infine mi venne l’ispirazione.
Mi fermai, in fibrillazione.
Era un metro davanti a me.
La mia voce tremava quando parlai –
Orfeo, la tua poesia è un capolavoro.
Fammela sentire ancora…

Sorrideva con modestia
quando si voltò,
quando si voltò e mi guardò.

Che altro?
Notai che non si era fatto la barba.
Gli feci ciao con la mano e me ne andai.

Quanto talento hanno i morti.
I vivi camminano ai bordi di un vasto lago
vicino al silenzio saggio, sommerso, dei morti.

Perché tutto quello che si piange non è amore – Orfeo ed Euridice (reprise)

Lo so, forse diventa un’ossessione. Eppure è un mito. Una storia che non è mai accaduta. Una metafora della vita che ogni giorno vediamo quando si alternano le stagioni. Ma perché Orfeo si volta a guardare Euridice e la lascia all’Ade? Ecco altre due risposte in poesia. E’ lei a chiederlo. E’ la primavera che ha conosciuto il freddo dell’inverno che non pensa di poter più tornare ad essere come prima.

Euridice a Orfeo – Robert Browning

Sì, dammi la bocca, gli occhi, la fronte,
e insieme mi prendano ancora – un solo sguardo
ora mi avvolgerà per sempre
per non uscire mai dalla sua luce,
anche se fuori è tenebra.
Tienimi sicura, avvinta
al tuo sguardo eterno. Le pene
d’un tempo, dimenticate, e il terrore
futuro, sfidato – non è mio
il passato né il futuro – guardami!

Euridice a Orfeo – Marina Cvetaeva

Per chi ha sciolto gli ultimi brandelli
del velo (né guance, né labbra!…)
non è forse abuso di potere
Orfeo che scende all’Ade?

Per chi ha slegato gli ultimi anelli
del terrestre… e sul talamo ha lasciato
l’alta menzogna del vedere in volto
e in dentro guarda – il nuovo incontro è spada.

È già pagato – con tutte le rose
del sangue – questo netto taglio
d’immortalità…
Fino all’alto Lete
amante tu – io chiedo a te la pace

della non memoria… Giacché in questa casa
illusoria tu, vivo, sei fantasma, e vera
io, morta… Che posso dirti – oltre:
“Dimentica e abbandonami!”

Non riuscirai a turbarmi! Non mi farò portare!
Non ho neanche mani! Né labbra
da posare! Dal morso di vipera dell’immortalità
la passione di donna prende fine.

È già pagata – ricorda le mie urla! –
questa distesa estrema.
Orfeo non deve scendere a Euridice.
I fratelli – turbare le sorelle.

Perché tutto quello che si piange non è amore – Orfeo ed Euridice

Il mito di Orfeo ed Euridice, della primavera che non torna e rimane agli inferi. Che diventa sasso e pietra. Perché lui ha preferito l’effimero alla sicurezza. La novità e l’ignoto alla quiete di un campo fiorito di margherite. E noi, che siamo uomini, ci chiediamo perché Orfeo alla fine si sia voltato. E voi, che siete donne, vi chiedete perché Euridice non ha corso più veloce per abbracciarlo ed evitare che il desiderio o la noia, lo facesse voltare. Le due facce di una medaglia: il pensiero di Orfeo, raccontato da Vecchioni; quello di Euridice, cantato da Carmen Consoli. Due facce della medaglia, due diverse metà del cielo. Che forse si incontrano all’estremo confine fra la bellezza e il pianto.

Euridice – Roberto Vecchioni

Orfeo – Carmen Consoli