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Lie to me Season Three – Un inizio memorabile

E’ ricominciata da un mesetto Lie to me, la serie tv americana che ha come protagonista Tim Roth e di cui ho già parlato in passato. E’ la terza stagione e, di solito, si dice che le serie televisive con gli anni si annacquano e iniziano a mancare le idee. In questo caso invece… Le prime quattro puntate trasmesse negli Stati Uniti, devo dire, sono semplicemente uno spettacolo. Il protagonista, Tim Roth, è sempre più strepitoso, dalla mimica facciale (che è poi la base della serie) alla recitazione. E tutti i coprotagonisti, e anche i personaggi secondari, sono veramente all’altezza. Insomma, questa nuova stagione, che sarà più breve della seconda almeno nelle intenzioni, non promette bene ma benissimo. Per gli amanti del genere, si intende, e delle bugie…

E ricordate. World lies. Your face don’t

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A ritroso dopo il successo – Juan Josè Campanella e Il segreto dei suoi occhi

Da qualche parte ho scritto che sono un consumatore compulsivo. Di libri, di film, di serie tv, di musica. Quando conosco un’autore, un regista, un cantante, non mi basta di conoscere il suo ultimo lavoro. Devo procedere a ritroso fino a che non ho visto tutto, o quantomeno non mi sono fatto un’idea. E non importa che si tratti di capolavori (infatti comprendo in questo consumo inconsapevole anche Camilleri, Carofiglio, Patricia Cornwell e Fred Vargas, che si possono tranquillamente definire autori commerciali; ma anche Garcia Marquez e Mordecai Richler, che lo sono un po’ di meno). E’ una specie di horror vacui, di necessità di riempire uno spazio che, dopo il godimento di un’opera, rimane inesplorato.

Mi è successo così anche con i film di Juan Josè Campanella. Ho sentito che il suo film “El secreto de sus ojos” ha vinto l’Oscar come miglior film straniero del 2010 e, amando anche per storia personale le produzioni argentine, ne sono rimasto incuriosito. E l’ho visto. E poi ho “studiato”. E ho capito due cose: che la sua maturazione doveva essere necessariamente passata da alcuni studi televisivi statunitensi (e infatti ha diretto episodi di Dr. House e Law & Order negli Usa) e che proprio questo potrebbe aver portato i membri dell’Academy a premiarlo. Già, perché trattasi di film bello, intenso e godibile ma non certo epocale. Dei passaggi sono memorabili, dei dialoghi e delle scene molto piacevoli. Ma la storia, in parte ambientata nel pieno peronismo, è di facile fruizione. In sostanza un giallo (anche politico) e una storia d’amore (inespressa) lunga tutta una vita.

E allora sono andato a ritroso, per capire il Campanella pre-americano. Per vedere quanta concessione allo show business fosse intervenuta nel frattempo. E ho visto il suo capolavoro (per ora) che, a mio parere è “El hijo de la novia” (Il padre della sposa): una commedia-dramma familiare con una grandissima Norma Aleandro. Ebbene, non ci saranno lunghi piani sequenza, non ci sarà suspence o attesa per il lieto fine, ma il film è un vero gioiello. In cui non c’è solo la storia, ma anche la società in sottofondo, un paese in crisi che cerca di ritrovare la propria ragione di esistere. Un perfezionamento del suo precedente film, “La luna de Avellaneda”, che è ancora troppo “argentino” per essere apprezzato fuori dal continente sudamericano o fuori dalle nazioni ispanofone. Ma che è comunque un film, per chi vuole capire anche un pezzo di storia argentina, che mi sento di consigliare (ma non penso sia stato tradotto e distribuito da noi).

Quindi, per chi fosse a Lucca domani sera (martedì), c’è la possibilità di vedere il film al Cinema Italia, grazia al Cineforum Ezechiele. Altrimenti i modi per vederlo li conoscete meglio di me. Ma poi, ve lo consiglio, andate a ritroso (à rebours, come Huysmans). Potrebbe riservare piacevoli sorprese.

Dr House 7: e ora?

Se il buongiorno si vede dal mattino… la settima stagione di Dr.House rischia di essere noiosa e ripetitiva. E’ ripartita sulla Fox americana una delle serie tv più amate ed è partita con il grosso interrogativo di come sarebbe ricominciata dopo il fatidico bacio e il dichiarato amore fra il protagonista, Gregory House, e la direttrice dell’ospedale, Lisa Cuddy.

Ebbene, è andata come ci si poteva forse aspettare. Una puntata interlocutoria, non basata sui casi medici, ma sul loro rapporto interpersonale. Una coppietta di innamorati che passa la giornata chiusa in casa fra sesso, cibo, voglia di dichiararsi, paura di farlo e via discorrendo. Niente che aggiunga alcunché a sei anni di storia della serie. Per il resto l’equipe medica di House affronta, con qualche difficoltà, un’emergenza all’ospedale (i telefoni dei due “capi” sono staccati), ma è decisamente un fatto secondario. Come è secondario, perché s’era già capito, che Tredici vada via in aspettativa. Non si rivedrà per le prossime puntate, in cui affronterà da sola l’aggravarsi della sua malattia, la Corea di Huntington.

Parafrasando il titolo del primo episodio della settima stagione, dunque, si potrebbe dire: and now what? Insomma, i fan della serie sperano che con questa premiere si siano solo riannodati dei fili dispersi durante l’estate. Altrimenti c’è poco da sperare.

Un attore è la sua serie tv: il caso di Lie to me

Cosa fa la fortuna di una serie televisiva? Senza dubbio la storia, l’intreccio, la caratterizzazione dei personaggi, il mantenimento della coerenza nella serialità. Ma se a tutto questo ci aggiungi un grande attore… arrivi a Lie to me. L’attore è Tim Roth, feticcio di Tarantino, ultimamente svendutosi un po’ troppo al commerciale (orribile Decameron Pie, film giovanilista del genere parodia del 2008), ma che da solo regge la scena di qualunque cosa (ed è perfetto nella Leggenda del pianista sull’oceano, tratto da Novecento di Alessandro Baricco, uno dei miei libri preferiti). E lo fa anche in questa serie in cui è a capo di una agenzia che ha come scopo interpretare il linguaggio del corpo e scoprire verità e bugie di innocenti e criminali.

La serie va in onda sulla Fox negli Stati Uniti e non è di quelle che spacca gli indici d’ascolto. Infatti lunedì si conclude la seconda stagione e la terza è in dubbio (se non altro nella sua durata). Eppure mi sembra uno dei prodotti più riusciti degli ultimi anni. Con un consiglio: vederla in lingua originale. Perché l’inglese di Roth, londinese doc, è pura musica e non è contaminato dall’inflessione statunitense che, per esempio, ha dovuto acquisire Hugh Laurie (pure lui inglese di Oxford) in Dr.House.

Non solo Tim Roth, peraltro, in un cast che regge benissimo le 35 puntate fin qui prodotte. C’è Kelli Williams (Practice e Medical Investigation) nella sua piena maturità artistica, c’è Mekhi Phifer che è riuscito a uscire dal personaggio del dottor Pratt di Er – Medici in prima linea.

E ci sono una serie di cameo di Jennifer Beals. Più bella che in Flashdance, per cui è stata giustamente omaggiata da Moretti in Caro Diario. Più credibile che in L World, dove è comunque bravissima e molto sexy.

Anche solo per questo merita di tuffarcisi dentro. E forse, dopo, sarà anche più difficile mentirsi e farsi mentire. O ci si potrebbe costruire sopra un bel gioco di società…

La sigla della serie