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Ergastolo, una tortura lunga una vita. A cui si può dire di no

Vivere giorno e notte con la certezza che non ci sarà altra libertà della morte. Vedere sempre lo stesso orizzonte, per ogni giorno, per ogni ora che Dio manda in terra. E con la coscienza della colpa che, comunque, non ti abbandonerà. Con il marchio del “fine pena mai” che è solo l’inizio di una punizione che, per molti, può essere molto peggiore del non continuare a vivere.

L’ergastolo, la condanna a vita. E non solo. L’isolamento in carcere. E gli ospedali psichiatrici giudiziari. Così, dietro delle semplici parole, muore non solo un po’ di giustizia. Ma anche il principio della finalità rieducativa della pena. Anche per questo che l’associazione “Liberarsi” con il patrocinio del Cesvot e del Gruppo Consiliare Federazione della Sinistra della Regione Toscana ha organizzato a Firenze la terza edizione dell’incontro “La tortura nelle carceri italiane”.

Per dire, ancora una volta, che l’ergastolo è un istituto che va abolito, così come la pena di morte, a livello europeo. Un risultato che darebbe, peraltro, una risposta al problema della dignità umana nelle carceri. Dove non può trovare altro nome che tortura il problema del sovraffollamento, con tutte le sue conseguenze dal punto di vista psicologico e igienico-sanitario. E la cui soluzione non è quella di un piano di edilizia carceraria, perché a poco o nulla servirebbero 9mila posti in più nei nuovi edifici. Visto che il “fabbisogno”, al momento, sarebbe di oltre 20mila posti.

Insomma, la storia delle carceri italiane, è una storia di diritti umani violati. Lo ha raccontato a piena voce Giuliano Capecchi, presidente dell’associazione Liberarsi. Uno che le carceri le vive e le ha vissute dal di dentro, cercando di capire le storie di chi, inevitabilmente, non vedrà mai aprirsi la porta di uscita. Da qui la storia di Ivano, 41 anni, che ha deciso di smettere di studiare, perché non vede futuro. E di massacrarsi a forza di durissimi esercizi fisici e palestra. Per autoinfliggersi, per far crescere il corpo ai danni di una mente che non vuole più credere e pensare. O quella dello “zio” che, nonostante il tumore allo stadio terminale, la carrozzella e la necessità di assistenza continua, viene condannato all’isolamento diurno. O di Carmelo, che si interroga se sia necessario, per svegliare le coscienze, un gesto sensibile e definitivo, come lo sciopero della fame a oltranza e fino alla morte.

Ma, per fortuna, esiste una cultura altra. Che non è solo quella della vendetta e della punizione. E che viene da lontano, se è vero che anche Aldo Moro ebbe a criticare l’istituto del carcere a vita e senza attenuanti. Ed anche in Europa e nel mondo qualcosa si sta muovendo nel senso della priorità dei diritti umani come principio ordinatore di un’altra politica giudiziaria. Stanno dando i primi effetti, infatti, i ricorsi sulla base della sentenza Sulejmanovic della Corte europea dei diritti dell’uomo. Sentenza, questa, che ha condannato nel 2009 l’Italia al risarcimento dei danni morali a un detenuto per le condizioni ritenute inumane e degradanti. E ben di più ha fatto di recente la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America che ha dato ragione alla Corte Federale della California. Questa aveva intimato al governatore dello Stato di ridurre nell’arco di tre anni di un terzo la popolazione carceraria riservandosi, in caso di inadempienza, di procedere a ordini di scarcerazione singoli e forzosi.

Uno spiraglio c’è, dunque, per iniziare a parlare di diritti umani e di migliori condizioni carcerarie. E sarà il primo passo per una discussione seria e su vasta scala su ergastolo e pene. Certo, ancora non si è arrivati, a livello planetario, ad una moratoria per la pena di morte ed è difficile pensare che si vada già oltre. Ma una civiltà che tale si reputi deve pensare sempre oltre. Come Aldo Moro. Quasi cinquant’anni fa.

Tutto quello che forse vorresti vedere. E il teatro a Lucca diventa open source

Anche il teatro può essere open source. Come un software per computer, che tutti possono usufruire con facilità e senza avere bisogno di un supporto fisso.

E’ questa la scommessa di Roberto Castello, 51 anni di estro e talento, che da quando ne aveva venti calca i palcoscenici più prestigiosi della danza contemporanea italiana e internazione. E che, da direttore artistico della compagnia Aldes, ha scommesso anche sull’innovazione delle forme. E il teatro in cui andranno in scena le sue creazioni e le performance del cartellone da lui messo in piedi dalla sede di Lammari si trasforma in una rete. Nella quale, abbandonata la “ingenerosa” Capannori, sono caduti la Provincia di Lucca, i Comuni di Lucca, Porcari, Massarosa, Viareggio e Pietrasanta, la Fondazione Cavanis e il Centro di Arti Visive di Pietrasanta.

Roberto Castello, il sindaco di Lucca Mauro Favilla e l'assessore alla cultura della Provincia di Lucca, Diego Santi. Foto ufficio stampa Spam!

Era lo scorso aprile quando Roberto Castello, chiusa l’esperienza del cartellone invernale di Spam! ebbe l’idea di riunire informalmente alcuni operatori della cultura, dello spettacolo e della comunicazione per cercare di trovare altre forme di divulgazione della propria attività che non fossero, con i suoi pregi e i difetti, relegate in una sede ma diffuse sul territorio. Da quel primo embrione è nata l’esperienza che prenderà il via stasera al teatro del Giglio di Lucca con un concerto spettacolo di Peppe Servillo, il cantante degli Avion Travel. E che proseguirà proponendo al pubblico la possibilità di confrontarsi con i linguaggi della giovane danza e della nuova drammaturgia italiana e internazionale. “Senza meccanismi di tipo proprietario – ha tenuto a precisare Roberto Castello nella conferenza stampa di presentazione – ma dinamici e aperti alle realtà del territorio, modificando il prodotto da luogo a rete, per dimostrare che oggi è ancora possibile non solo fare ma anche divulgare la cultura rimandendo legati al territorio”.

Il programma

Dopo la festa concerto al Teatro del Giglio di Lucca con Peppe Servillo e Natalio Mangalavite la rete Spam! si trasferirà a Porcari il 12 novembre con la piece di Andrea Ronciglione “Avrei preferito essere Jacques Cousteau”. Il 21 novembre al teatro Jenco di Viareggio l’attesissimo “Carne Trita” che avrà come protagonista lo stesso Roberto Castello. Il 24 e il 25 novembre, prima a Viareggio quindi a Porcari la giovane danza contemporanea di Foscarini, Nardin e Dagostin e la performance di danza e video di Icp Il Corpopensante, Laura Moro e Manuela Tessi. Per proseguire, almeno per ora, fino al 30 dicembre con un programma che può essere visualizzato su http://www.spamweb.it.

Per questo è, come dice lo slogan della rassegna, proprio “Tutto quello che forse vorresti vedere”

Lucca Comics and Games 2011, 155mila persone fra sorrisi e fumetti. E ora?

A Lucca 155mila sorrisi per le vie del centro storico. E una città che per cinque giorni ha cambiato volto, mostrando le sue qualità e le sue bellezze. E tutte le sue potenzialità, non sempre sfruttate per un presunto istinto di sopravvivenza e un nemmeno troppo celato desiderio di autosufficienza.

La folla per le via di Lucca. Foto di Andrea Antoni per http://www.luccacomicsandgames.com

 

Ma cosa sono diventati i Comics nel 2011? Non più una mostra del fumetto e del gioco intelligente. Troppo grandi le dimensioni, troppo importante la location per potersi limitare a questo. Neanche soltanto una fiera, perché l’evento abbraccia troppe diverse dimensioni per farsi racchiudere in questa definizione. Lucca Comics and Games è tante cose e tutte insieme. Ed è sostanzialmente un evento ormai internazionale che richiama grandi autori, grandissime aziende multinazionali e un pubblico che, ogni anno, deve essere gratificato con novità e iniziative in grado di convincerlo a farlo ritornare anche l’anno successivo. E così il traguardo delle 200mila presenze potrebbe anche non essere così remoto.

Ma i contenuti? E’ ormai evidente che le due principali realtà di Lucca Comics sono entità a sè stanti e con futuro e vocazioni completamente diverse. Da una parte i Games, sempre più grandi, sempre più pletorici. Una serie di padiglioni dove il gioco tradizionale si mescola all’elettronica, dove il gioco di ruolo diventa componente fondamentale e indipendente e dove la componente culturale, che dovrebbe restare centrale in ogni fiera o mostra che si rispetti, rischia, prima o poi, di lasciare spazio al semplice appuntamento di promozione e mercato. In grande stile, si intende, e con grande ritorno commerciale per chi vi partecipa. Ma i grandi ospiti, le mostre, i guest of honor rischiano davvero di essere cannibalizzati e surclassati dal richiamo, rumoroso e totalizzante, proveniente dagli stand delle grandi case internazionali di produzione di videogames e prodotti dedicati al puro intrattenimento. Anche se l’organizzazione di quest’anno, il maggiore spazio e la netta separazione delle diverse aree ha permesso sicuramente una distinzione, anche visiva, dei settori che compongono il complicato mondo del gioco.

Discorso diverso, invece, va fatto per tutto quanto attiene al mondo del fumetto. Il settore Comics attira ancora un gran numero di appassionati del genere, ma, anche qui, rischia di perdere il filo. Innanzitutto perché presentazioni e incontri con gli autori, relegati a Palazzo Ducale o in Camera di Commercio, dialogano con difficoltà con il mondo degli standisti e delle case editrici, nonostante una migliore comunicazione e un programma ben compilato (e promosso anche da grandi cartelloni all’esterno dei padiglioni, che hanno facilitato anche lo spostamento della gente all’interno della città e delle diverse aree) invogliassero in continuazione alla partecipazione agli eventi. Come secondo elemento balza all’occhio lo scarso ruolo che ricoprono le produzioni indipendenti, quelle senza grande marchio ma di grande valore culturale sia come superficie occupata sia come posizionamento all’interno dei padiglioni. E anche come visibilità generale, se è vero che i premi dedicati al fumetto sono andati tutti a case editrici ben note nel panorama del fumetto nazionale (Coconino, Panini, ReNoir, Bd e Tunuè). Ed anche le mostre, allestite nelle splendide sale di Palazzo Ducale, rimangono fuori dal grande giro della comunicazione e della promozione che ruota intorno al mondo dei Comics, ed in cui anche i padiglioni dedicato alla vendita e allo scambio per collezionisti rimangono una realtà del tutto marginale.

Sulle mostre, in particolare, una digressione è d’obbligo. Va detto che, anche se forse non hanno avuto il successo che meritano, quest’anno erano davvero una più bella dell’altra. Dagli originali su tela delle due ipotesi di manifesto di Don Maitz su tema salgariano (uno dei più bei prodotti degli ultimi anni, sia come qualità sia come impatto), per proseguire nel mondo salgariano, con la presenza di autentiche “chicche” per gli amanti del genere. Ma non solo. Notevole l’allestimento dedicato alle graphic novel di Fior e Reviati e l’analisi di un settore quale quello del racconto per immagini che sta trovando sempre più appassioanti e lettori. E ancora la delicatezza del tratto, tradizionale ma allo stesso tempo molto intimista, di Jiro Taniguchi; i colori splendidi di Carll Cneut (colpevolmente dimenticato in ogni comunicazione e programma che parlasse delle mostre di Palazzo Ducale), in grado di trasportare immediatamente chiunque in un mondo fatto di clown ed elefanti, animali e improbabili esseri umani. Ambientazione perfetta e azzeccata anche per il Blacksad di Canales e Guarnido, con tanto di ricostruzione d’epoca dello studio da investigatore e per il V come Vendetta di David Lloyd. Infine posto d’onore per l’Artist Guest of Honor 2011, Paolo Barbieri, che forse per le sue creazioni avrebbe meritato una sala più dark rispetto alla galleria degli Ammannati.

Paolo Barbieri a lavoro. Foto di Andrea Brogi per http://www.luccacomicsandgames.com

E tanto altro ancora ci sarebbe da dire. Dal Japan Palace, affollatissimo fin dal primo giorno nonostante qualcuno temesse che la collocazione distante dal fulcro degli eventi potesse pesare sul successo del salone. Al Cosplay, che ha colorato la città di personaggi e maschere sempre più sofisticate. A Music & Comics, che ha popolato di gente (finalmente) anche le mura urbane, che fra due anni compiono 500 anni senza mai essere state sfruttate a pieno (baluardi e sotterranei compresi). All’ultimo arrivato, Movie and Comics: troppo giovane per essere valutato Troppo pochi gli eventi per l’edizione 2011 e, ahimé, nessun rapporto con le proiezioni in Auditorium della Fondazione Banca del Monte di Lucca, dove pure sono andate in onda produzioni importanti e rimaste un po’ sotto silenzio come Transformers 3 alla presenza di Scott Farrar e Trigun The Movie in anteprima italiana.

Una partecipante al Cosplay 2011. Foto Sara Corso

Cosplayers sulle mura. Foto Sara Corso

E il futuro? Bisognerà ripensare alla collocazione degli stand in piazza San Michele, a questo punto off limits (ma solo per i Comics o per Natale e il Settembre Lucchese saranno tollerate eccezioni?). Anche i Games dovranno forse traslocare in altro luogo dall’ex Balilla, anche se il trasloco all’area dei vivai Testi non sembra una soluzione di breve periodo. Anche perché di mezzo ci sono le elezioni amministrative a Lucca e, in qualche modo e in qualche senso, i responsabili di Lucca Comics and Games potrebbero dover confrontarsi con nuovi interlocutori. Di certo c’è che la strada è quella giusta. E l’obiettivo è chiaro: 200mila persone per le vie di Lucca. Forse già dal 2012.

Qualificazioni Coppa d’Africa 2012 – Salutano anche Camerun e Sudafrica (con beffa)

Niger, Angola, Botswana, Costa d’Avorio, Ghana, Guinea, Mali, Senegal, Tunisia, Zambia, Burkina Faso, Marocco, Libia e Sudan. Sono queste le nazioni africane che, assieme ai paesi organizzatori Gabon e Guinea Equatoriale, parteciperanno all’edizione 2012 della Coppa d’Africa. Così ha deciso il lungo percorso degli ultimi due anni negli undici gironi in cui era divisa la fase preliminare della manifestazione. E le stesse squadre parteciperanno, con l’aggiunta di altre formazioni che si giocheranno l’accesso assieme a Gabon e Guinea Equatoriale e del Sudafrica organizzatore (al posto della Libia), alla fase finale dell’edizione “dispari” in programma nel 2013. Escluse eccellenti non ne mancano. Non saranno presenti il prossimo anno, infatti, le vessillifere del continente africano ai mondiali di Sudafrica 2010: il Sudafrica stesso, la Nigeria, l’Algeria, il Camerun. Mancherà anche la vincitrice delle ultime tre edizioni della manifestazione, l’Egitto, arrivato ultimo nel suo girone. Ha fallito la storica qualificazione, alla sua prima storica partecipazione ad una competizione internazionale, la Repubblica Centrafricana, sconfitta dall’Algeria già eliminata all’ultimo tuffo. Biglietto per il Gabon in extremis, invece, per la Tunisia, mentre le migliori seconde ripescate sono state la Libia (che ha giocato in campo neutro tutte le partite interne) e il Sudan cui è stato indolore l’ultimo ko interno con il Ghana.

Girone 1

Il Mali pareggia 2-2  in Liberia e gli basta, perché Capo Verde sconfigge sì lo Zimbabwe 2-1 ma ha comunque gli scontri diretti sfavorevoli con la squadra di Diamoutene e compagni

Girone 2

La Nigeria fallisce in casa lo scontro diretto contro la Guinea: pareggia 2-2 (gol ospite al 90′, ma servivano almeno due gol di scarto) e non stacca il biglietto per la manifestazione continentale. Solo per le statistiche la vittoria 4-2 dell’Etiopia sul Madagascar.

Girone 3

Zambia e Libia non si fanno male (0-0) e avanzano entrambe alla fase finale. Fra Mozambico e Comore finisce 3-0, ma non contava nulla

Girone 4

Nel raggruppamento più equilibrato la spunta l’esperienza del Marocco. 3-1 alla Tanzania mentre la Repubblica Centrafricana va a perdere 2-0 in Algeria e viene eliminata. Al Marocco, comunque, in caso di sconfittabo di pareggio dei centrafricani sarebbe comunque bastato il pari.

Girone 5

Al Camerun non serve la vittoria su rigore in rimonta in trasferta con la Repubblica Democratica del Congo per agguantare i ripescaggi. Il Senegal, già qualificato, chiude in bellezza rifilandone tre alle Mauritius.

Girone 6

Gambia e Burkina Faso si gioca più o meno per la gloria. Finisce 1-1 e gli ospiti festeggiano una qualificazione già conquistata un mese fa.

Girone 7

Clamoroso ma vero nell’ultima giornata. Con tanto di gaffe colossale. Il Sudafrica pareggia 0-0 in casa con l’altra seconda del girone, la Sierra Leone e arriva a 9 punti. L’Egitto con una prova di orgoglio, invece, batte la capolista Niger per 3-0 anche se già eliminata e la lascia a quota 9. Tre squadre appaiate in vetta, conta la classifica avulsa che, comunque, premia il Niger. In Sudafrica pensano, errando, che si decida per la differenza reti e festeggiano a fine partita. Prima che qualcuno dica loro che invece resteranno a casa e non voleranno in Gabon e Guinea Equatoriale. Si attende l’esonero del tecnico Mosimane e dello staff. Evidentemente quella partita era da vincere.

Girone 8

La Costa d’Avorio non ha avuto rivali ed ha battuto anche il Burundi, per 2-1, nell’ultimo turno chiudendo il raggruppamento a punteggio pieno. Al secondo posto finisce il Rwanda, che scavalca tutti vincendo di misura in Benin.

Girone 9

Il Ghana vince in Sudan per 2-0 e chiude primo senza preoccuparsi dei risultati delle altre. Che comunque premiano il Sudan, ripescato fra le due migliori seconde. La vittoria del Congo in Swaziland per 1-0 è solo per le cronache.

Girone 10

Potevano vincere in tre, alla fine sorride l’Angola. L’Uganda non sfrutta il turno interno e fa 0-0 con il Kenya e sciupa il punto di vantaggio della vigilia. Il sorpasso è angolano con le due reti in trasferta alla Guinea Bissau.

Girone 11

La Tunisia ringrazia sentitamente il Ciad. Sabato si giocava per il secondo posto, che nell’unico girone a cinque significava qualificazione diretta. La Tunisia fa il suo dovere regolando 2-0 il Togo mentre il Malawi, cui bastava la vittoria per rintuzzare per scontri diretti i tunisini, si fa raggiungere dal Ciad al 90′ sul 2-2 e saluta il sogno.  E si coccola anche il capocannoniere del torneo, Jomaa, con sei reti in otto gare, anche se come media ha fatto meglio Traorè del Burkina Faso con una media di un gol a partita (4 reti in 4 gare).

Festival di Internazionale a Ferrara – Giustizia o vendetta per gli Usa pari sono

Esiste la giustizia? Come si esercita? Come si promuove? Come si evitano disparità di trattamento? E soprattutto la legge è uguale per tutti ovunque e in ogni momento?

Chi ha studiato giurisprudenza, come me, ha imparato immediatamente a relativizzare il concetto di legge. Quello che è oggi non necessariamente è stato ieri e probabilmente non sarà domani. Ma la giustizia in senso filosofico ed etico è un’altra cosa. E se si relativizza anche quella allora tanto vale tornare alla legge del taglione.

Al Festival di Internazionale di Ferrara si è parlato anche di questo tema. Si è riflettuto di giustizia. Grazie a due documentari della rassegna “Mondovisioni”: Prosecutor di Barry Stevens e You don’t like the truth – 4 days inside Guantanamo di Luc Cotè e Patricio Henriquez. Curiosamente due produzioni canadesi, l’altra faccia dell’America del Nord.

Prosecutor è un documentario che meriterebbe l’Oscar. Anche per il miglior attore protagonista, che è poi il procuratore capo della Corte Penale Internazionale dell’Aja, Luis Moreno-Ocampo.

“L’era dell’impunità è finita”. E’ questo il mantra che ricorre nell’arco dell’ora e mezzo di documentario. Con una corte super partes, riconosciuta dalla maggioranza delle nazioni del mondo (120 su oltre 190, ovviamente con l’esclusione degli Usa, della Russia, di Israele e della Cina, fra gli altri) il genocidio e i crimini contro l’umanità sono perseguibili dal 2002. Ma non è tutto così facile. Ed è in questo viaggio nella battaglia del procuratore capo, l’argentino Moreno-Ocampo, una vita passata dall’accusa nel processo contro i militari nel suo paese alla trasmissione televisiva “Forum” versione biancoceleste, che si comprendono tutti i limiti della possibilità di attuazione della giustizia in questo pianeta. Fra veti incrociati e mancanza di un potere esecutivo delle decisioni della Corte, che viene demandato agli stati aderenti. Fra cavilli legali e statutari e un organico di sole 300 persone per mandare avanti tutta la macchina. Eppure con  la capacità di emettere un mandato di arresto internazionale per un presidente di uno Stato in carica, come il sudanese Omar al Bashir, e di intervenire nei conflitti più sanguinosi, dalla Repubblica Democratica del Congo all’Uganda. Per una attività mai esente dalle critiche, sull’efficacia e sull’opportunità politica dell’avvio dei procedimenti. Anche provenienti da importanti associazioni non governative, come è successo da parte di Medicine Sans Frontieres per il caso Darfur. E non solo, quindi, dagl Stati che non riconoscono la legittimità dell’organismo. L’era dell’impunità, anche per questo, non è ancora finita. Ma il sogno di Moreno-Ocampo è sempre vivo. In Africa come nell’Argentina dei desaparecidos. Perché finalmente si possa dire “nunca màs”, mai più.

E mentre c’è chi sogna un tribunale della giustizia globale c’è ancora qualcuno che pensa di poter cambiare le regole del gioco. E di sospendere per una presunta emergenza internazionale ogni garanzia non solo democratica ma anche, verrebbe da dire, umanitaria. E’ stato il caso di Omar Khadr, 15enne cittadino canadese, arrestato in Afghanistan e detenuto a Guantanamo per anni. E lasciato lì a scontare una pena prima della condanna. Che ha  aggiunto alle torture fisiche degli aguzzini dei campi afghani (Bagram su tutti) quelle psicologiche della base americana a Cuba. Una vicenda che conferma tutte le contraddizioni di un grande paese democratico come gli Stati Uniti. Che, però, mal sopporta le regole internazionali, e probabilmente le viola. Che, però, non si ferma neanche davanti al dolore e alle difficoltà di un ragazzino imbattutosi in qualcosa di molto più grande di lui. Alla prigionia senza processo si aggiunge la falsa speranza dei rappresentanti dell’intelligence canadese. Che lo interrogano non per aiutarlo, ma per estorcergli informazioni da passare al governo americano. Informazioni che, con tutta probabilità, hanno contribuito alla condanna addirittura per crimini di guerra (con patteggiamento) per il ragazzo, ormai diventato adulto dietro le sbarre. Nel documentario, diretto, crudo, senza filtri, commuove la pietà dei suoi ex compagni di cella. Commuove anche la figura dell’ex aguzzino, un militare americano corresponsabile delle torture a Bagram, ma che riconosce le sue colpe e, soprattutto, partecipa del dolore di un figlio cui si impedisce di vedere la madre, cui si è negato ogni futuro. Al di là delle responsabilità, al di là delle colpe. Lo dice anche il militare americano, d’altronde: “Anche io, se fossero arrivati ad uccidere i miei amici, avrei tentato di sparare per primo”.

Eppure dall’11 settembre 2001, in qualche modo e in qualche senso, per combattere il terrorismo internazionale sembra essere tutto permesso. Invece di cercare la giustizia, insomma, si perpetra una sorta di vendetta legalizzata. E la si ammanta di verità. La si maschera da diritto. Sarà forse per questo che gli Stati Uniti non hanno firmato lo Statuto istitutivo della Corte Penale Internazionale?

Festival di Internazionale a Ferrara – L’alleato scomodo dell’occidente ovvero quel che ignoriamo di Afghanistan e Pakistan

Se un giorno inventassero il copia/incolla delle emozioni sarebbe davvero tutto più facile. Anche scrivere quando non hai l’assillo delle battute, dei tempi e dei limiti della “fredda cronaca”. La giornata di venerdì, al Festival di Internazionale a Ferrara sarebbe di quelle da copia/incolla. Perché qualunque cosa riesca a scrivere non sarà in grado di rendere quello che ho sentito, soprattutto di pancia. E allora vado per flash. Questo è il primo

A volte ci accorgiamo di essere veramente ignoranti. Ignoriamo perché non sappiamo, ignoriamo perché non vogliamo sapere. E soprattutto perché è più facile viaggiare secondo le categorie che ci hanno insegnata da bambini, un po’ cattoliche un po’ manichee: bene/male, buoni/cattivi, giusto/sbagliato. E poi esci dal gioco della lavagna che ti ha informato la vita e forse capisci che tutto è diverso. Che non c’è più la maestra, che anche il primo della classe, che deve dare i suoi primi giudizi elementari bara, è geloso, è arrivista, è ingiusto, non usa sempre lo stesso metro. E il trucco è scoperto. E le categorie crollano. La confusione aumenta, è vero. Ma almeno, quando ce ne accorgiamo, forse siamo meno disposti a farci fottere. A farci raccontare invece di guardare con i nostri occhi. Ad avere paura dell’altro perchè diverso.

Un caso eclatante fra tutti, fra i migliaia che solo guardando al di là del banale potremmo vedere e contestare. Il conflitto in Afghanistan, il ruolo del Pakistan, l’azione della Nato, degli Usa e dei suoi alleati. La nostra categoria, inculcataci in maniera martellante ogni 11 settembre che dio manda in terra è: Al Qaeda è il male assoluto, i talebani sono nemici da combattere, l’Afghanistan è un paese da pacificare cacciando gli estremisti, il Pakistan è alleato dell’Occidente ma… E tutto il bene, il giusto, il sacrosanto sta dall’altra parte. Dalla parte di chi ha subito gli attentati, i morti civili, il terrore e la paura di non sentirsi più al sicuro. E quindi niente dialogo, ma eserciti e bombe. Che chiamano vendetta e non giustizia. Ma dalle parole di chi quei posti li vive, li racconta e cerca di spiegarli, la realtà che emerge è completamente diversa. Ed è quella di un Pakistan “alleato scomodo dell’Occidente”, come recita il titolo della conferenza. Scomodo perché, come racconta il giornalista del Guardian, Jason Burke, il Pakistan fa i suoi interessi. In una situazione politica e territoriale molto complessa. Da una parte l’eterno conflitto geopolitico con l’India. Dall’altra la vicinanza scomoda con un Afghanistan prima confessionale, poi sovietico, poi di nuovo integralista, infine “liberato”. E la voglia di tenerselo buono, questo Afghanistan, anche per il rischio di rivedere l’India tornare a primeggiare in quell’area come ai tempi dell’invasione russa. E in questo si dimostra tutta la schizofrenia della politica pakistana. Che da una parte non può dire di no agli Stati Uniti, che è un alleato più forzato che altro; e dall’altra non può che trattare con i talebani per una via di uscita da una situazione di eterno conflitto. Talebani che, peraltro, si sentono pienamente legittimati a sedere ad un eventuale tavolo di trattative per la pace e per il futuro democratico del loro paese visto che sono stati componente importante durante la resistenza all’invasore sovietico. Ma talebani, per noi, per l’Occidente, per la grande madre a stelle e strisce, significa Al  Qaeda. E Al Qaeda significa anche rete Haqqani, una milizia di etnia pashtun (la stessa che è maggioritaria in Pakistan), che intesse stretti rapporti con l’intelligence pakistana. E che fa scricchiolare tutti gli equilibri internazionali fin qui realizzati. Ebbene, se dovessimo ragionare con le categorie consuete la soluzione sarebbe la solita: estirpare il male alla radice e ogni possibile connivenza. E se invece avesse ragione chi il Pakistan lo vive, chi ha avuto modo di conoscere e intervistare tutti i leader di Al Qaeda, da Bin Laden in giù? E’ il giornalista di The News, Rahimullah Yusufzai. Per lui con i talebani si deve trattare. O il conflitto non avrà mai una conclusione. E la pace in queste zone sarà solo un miraggio. Come qualcuno, forse, vorrebbe che fosse.

A tutto questo si aggiunga quello che ignoriamo perché non vogliamo neanche concepire. E cioè che la guerra, i raid americani e le operazioni mirate provocano morti. E non solo morti militari, negli obiettivi strategici. Ma nelle fattorie Pashtun del Nord Waziristan. E’ lo scenario che si aspetta Pepe Escobar di Asia Times. Che conclude il suo pezzo di giovedì sull’edizione on line del giornale in questa maniera: “Aspettatevi (in caso di raid americani nella zona contro la rete Haqqani, ndr) una mortale, eterna vendetta dei Pashtun contro gli americani che sarà così irreversibile come la morte e le tasse. E soprattutto aspettatevi che una guerra a bassa intensità si trasformi, in qualunque momento, in una situazione esplosiva”.

E intanto noi, bellamente, ignoriamo. Ce lo possiamo permettere?

Settanta chilometri in fila e una autoradio

Può una vita riassumersi in 70 chilometri di coda e sulle onde medie gracchianti di una autoradio che si interrompe nelle gallerie? Ci sono circuiti, che poi sono tutti tuoi, che a volte si divertono a intercettare solo quello che vuoi sentire. E si divertono a metterli in fila. Il primo dolore, il primo amore, l’ultimo. La solitudine, la passione, la disperazione, l’ansia di chi vorrebbe ma non conosce mai il futuro.

E’ successo così. E così, rielaborato nella mia testa sempre troppo accesa, sempre troppo presente, lo condivido. Perché non si sa mai voglia dire qualcosa.