Archive | agosto 2010

La macchina dei sogni di Satoshi Kon

Premetto, sono un cinefilo ma non un esperto di cinema. Così metto le mani avanti per qualunque castroneria potrà mai capitare di leggere da queste parti. Premetto – bis: non copierò/incollerò notizie e/o biografie da Wikipedia. Chi frequenta i blog è senz’altro in grado di farlo da solo.

Quindi. Satoshi Kon. E’ morto una settimana fa e io l’ho saputo oggi, grazie a Facebook e a un post di un’amica. Almeno mi sono risparmiato di saperlo leggendo l’elenco dei morti sul Libro dei Fatti dell’Adn Kronos sul quale ogni anno esclamo sei o sette: Ma è morto? Noooo! Quando? E poi mi vado a leggere le notizie postume a circa un anno di distanza. Stavolta ho accorciato sensibilmente i tempi.

Conosco Satoshi Kon perché frequento, quando posso, il Future Film Festival di Bologna. E lì è avvenuta la folgorazione. C’era l’anteprima della sua serie tv “Paranoia Agent”, una roba da lasciarti incollato allo schermo per tredici puntate di fila. Ritmi spettacolari e pura follia, come il titolo promette. Come la sigla (che ho inserito qui sotto) promette. Da lì sono andato avanti e indietro nella sua produzione (sono maniacale in questo e non smetto finché non ho esaurito la biblio/filmografia degli incontri che faccio anche casualmente) e ho scoperto Kon: Memories di Otomo lo conoscevo ma ho rivisto con attenzione il suo episodio ex post e ne ho riconosciuto la mano. Poi Perfect Blue (bella la trama, troppo lento lo sviluppo). E poi l’esplosione: Tokyo Godfathers e Paprika (da non confondere, per chi lo cerca in torrent o streaming con l’omonimo film di Tinto Brass). Dai disegni, ai colori, alla trama film da bere tutti d’un fiato. Il primo, in più, anche con un finale degno, una rarità anche per i grandi autori di anime come Hayao Miyazaki, di cui ancora fatico a capire alcune “chiusure”.

Ora dicono le cronache che prima di morire, poco prima di aver compiuto 47 anni, avesse finito un altro lungometraggio. Per uno che si occupa di paranoie e sogni non poteva che chiamarsi “The Dream Machine”. Lo aspettiamo, sperando che non sia una terribile operazione commerciale postuma come spesso siamo abituati a vedere.

Bene, è ora di andare. Lo ha scritto anche Kon come messaggio di addio. A ritroso, adesso, guardando i suoi film di animazione.

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Che sia un bel viaggio

Ognuno cerca i suoi 15 minuti di celebrità. O, più semplicemente, ritiene di avere delle cose da dire. E visto che non è più necessario pubblicare un articolo o un libro per farlo, o apparire in televisione in inutili comparsate, è bene usare gli strumenti che la tecnologia ci regala. Facebook (ci sono), Twitter (non ci sono) e (Perché no? Mi son detto) un blog.

Dove fare cosa? Semplicemente essere. Ma senza nessuna autoreferenzialità. Essere in comunità. E quale comunità più grande, più democratica, più potente della “rete”. Metterci la faccia, pensare, confrontarsi o semplicemente dire qualcosa. Quello che penso, quello che mi piace, quello che NON mi piace, quello che mi va.

E non da giornalista, quale sono, ma da persona fisica e, si spera, pensante. Che ha superato la soglia dei 35 ma non si sente addosso il peso dei 40. Che non vuole solo raccontare (ma anche, direbbe Veltroni) ma commentare, esprimere, vivere il sè anche attraverso l’esperienza comunitaria della rete.

Cosa mi aspetto da questo? Niente di diverso da quello che si attende qualcuno che lancia un messaggio in una bottiglia. Che la parola viaggi, che il pensiero faccia pensare. E che sia un bel viaggio.

Enrico