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La storia (ahimè) è piena di 11 settembre

E’ possibile raccontare un 11 settembre “altro” senza essere tacciato di antiamericanismo militante? Forse no, e allora sparate pure sul pianista.

Forse è passato troppo poco tempo dalla distruzione delle torri gemelle e forse il contesto in cui viviamo è ancora lo stesso. Manicheo, per lo più. Noi occidentali, cristiani e democratici siamo il Bene. Loro, mediorientali (ma non solo) musulmani, integralisti, antidemocratici, culturalmente arretrati sono il Male. E per questo l’11 settembre ci ricorderà per sempre il momento in cui, come in un film americano (che come la saggistica americana è spesso alieno dalle sfumature), il Male per qualche ora ha avuto la meglio sul Bene. Prima che i ruoli fossero in qualche modo rimessi a posto. Anche a forza di bombe.

Ma è curioso come l’11 settembre, inevitabilmente e per la storia, sia anche “altro”. Ed è curiosissimo che l’11 settembre del 1609, ad esempio (401 anni precisi fa) sia ANCHE la data dell’ordine di espulsione dalla città di Valencia di tutti i musulmani non convertiti, fatto che darà il via alla cacciata dall’intera Spagna dei seguaci di quella religione.

L’11 settembre, del 1906, è anche la data in cui, durante una protesta di Johannesburg, il Mahatma Gandhi adottò per la prima volta il suo metodo di protesta di “fermezza in una buona causa”, il Satyagraha. Disobbedienza civile senza violenza. Che pure qualcuno interpretò in qualche modo come una forma “altra” di terrorismo.

L’11 settembre, poi, per qualcuno è sinonimo di lotta per l’ideale di un’indipendenza mai ottenuta. Lo è per gli scozzesi che ricordano l’11 settembre del 1297 quando le truppe di Sir William Wallace (se dico Braveheart qualcuno in più capirà) sconfissero gli inglesi nella battaglia di Stirling Bridge. Lo è per i catalani che ogni 11 settembre festeggiano la Diada Nacional de Catalunya, una festa nazionale che ricorda l’11 settembre del 1714, quando Barcellona cadde dopo il lungo assedio dell’esercio del re di Spagna Filippo V di Borbone.

E poi, fra i tanti 11 settembre, che qualcuno ricorderà anche per i suoi fatti personali, c’è anche quello del 1973. Giorno in cui un golpe militare destituì il governo di Salvador Allende per aprire i 17 anni della crudele dittatura militare di Augusto Pinochet. Tre anni di presidenza Allende, che hanno sicuramente infiammato gli ideali di molti, ma che anch’essi devono essere rivisitati in maniera critica e distaccata, come è giusto che sia in un’epoca post-ideologica. E poi 17 anni in cui il caos non finisce. Viene semplicemente sostituito dal terrore.

Tanti 11 settembre dunque. E come spesso succede nella storia quasi tutti dolorosi e tragici.

Nove anni fa una tragedia difficilmente digeribile e immane, che ha segnato e segnerà inevitabilmente le coscienze di chi l’ha vista e l’ha vissuta. E che qualcuno, come ho già scritto qui ha raccontato già, comunque, in maniera “altra”. E che molti, oggi, sicuramente meglio di quanto avrei fatto io, racconteranno ovunque e in tutte le maniere possibili.

Ma i morti è giusto onorarli tutti. E allora, in maniera “altra” pubblico una mia traduzione di una poesia di Mario Benedetti, intellettuale uruguaiano morto l’anno scorso. Senza alcuna volontà di fare una classifica del giusto e dello sbagliato. Nè dare una interpretazione diversa della storia. Ma semmai come piccolo antidoto alla retorica opportunista che fa politica con la storia e con la religione.

E adesso, sparate pure sul pianista.

Per uccidere l’uomo della  pace
per colpirlo alla fronte libera da incubi
si sono dovuti convertire in incubo,
per vincere sull’uomo della pace
hanno dovuto mettere insieme tutti gli odii
e anche gli aerei e i carrarmati,
per battere l’uomo della pace
hanno dovuto bombardarlo trasformarlo in fuoco,
perché l’uomo della pace era una fortezza.

Per uccidere l’uomo della pace
hanno dovuto scatenare una torbida guerra,
per vincere sull’uomo della pace
e far tacere la sua voce umile e noiosa
hanno dovuto spingere il terrore fino all’abisso
e uccidere di più per continuare a uccidere,
per battere l’uomo della pace
hanno dovuto assassinarlo molte volte,
perché l’uomo della pace era una fortezza.

Per uccidere l’uomo della pace
hanno dovuto immaginarlo come un’intera truppa,
un’armata, una milizia, una brigata,
hanno dovuto credere che fosse un altro esercito,
ma l’uomo della pace era soltanto un popolo
e aveva fra le sue mani un fucile e un mandato
ed erano necessari più carrarmati più rancori
più bombe più aerei più nefandezze
perché l’uomo della pace era una fortezza.

Per uccidere l’uomo della pace
per colpirlo alla fronte libera da incubi
si sono dovuti convertire in incubo,
per vincere sull’uomo della pace
hanno dovuto sposare per sempre la morte
uccidere e uccidere per continuare a uccidere
e condannarsi a una solitudine blindata,
per uccidere l’uomo che era un popolo
son dovuti restare senza il popolo.

Mario Benedetti

Bruciare i libri? Prima leggiamoli

Bruciare il Corano? Un gesto idiota con alle spalle un’idea idiota. E non per le possibili rappresaglie degli estremisti islamici (sarebbe come cambiare la legge sull’aborto per evitare il proliferare di gruppi terroristici antiabortisti o rinunciare a dare alle fiamme alcune copie della Padania per non far incazzare i leghisti di prima e seconda ora). Ma per il fatto in sè.

Ormai i libri, e tutto quello che contengono, le loro idee, giuste o sbagliate che siano (soprattutto, di solito, nella loro interpretazione) viaggiano al di là del loro supporto. Proliferano in rete, vengono contenute in piccolissimi hard disk portatili che si diffondono molto più rapidamente di un volume di carta, vengono letti su Ipad e telefoni cellulari di ultima generazione. E se l’idea nazista di bruciare i libri era già vecchia all’epoca di Hitler, adesso rischia di essere primitiva. Così come il gesto simbolico collegato.

Ma tutta questa polemica, scatenata da un pastore di una piccola chiesa evangelica della Florida (che evidentemente non aveva di meglio da fare, con tutta la responsabilità che ne consegue anche a chi ha dato la massima visibilità a questa scemenza) mi ha fatto anche ripensare a chi i libri li bruciava con una motivazione “plausibile”. O li brucia, se è vero che i personaggi di finzione vivono ben al di là della esistenza dei propri autori.

Pepe Carvalho, investigatore privato nato dalla penna di Manuel Vazquez Montalban. Uno che a un certo punto decide di disfarsi della sua biblioteca ricca di classici e contemporanei. Con una motivazione che fa comunque riflettere. Lo fa perché a un certo punto si sorprende “schiavo di una cultura che lo aveva separato dalla vita, che aveva falsificato la sua sentimentalità come gli antibiotici possono distruggere le difese dell’organismo” (Tatuaggio). E a chi gli chiede il motivo di questa scelta radicale, quasi fascista, risponde: “Ho letto libri durante quarant’anni della mia vita e adesso li brucio perchè non mi hanno insegnato a vivere”.

E’ vero. I libri possono allontanare dalla vita vera, raramente insegnano ad affrontarla. Ma prima di bruciarli, comunque, bisogna averli letti. E magari lasciare per ultimi quelli che ti hanno mentito di meno.

La leggenda del santo calciatore

Manuel Garnica. Tenete a mente questo nome. Potrebbe essere il primo calciatore nella storia a diventare santo. E non certo per le sue gesta pedatorie, di cui peraltro ben poco è dato sapere. Ma per l’essere stato un “martire” della guerra civile spagnola.

Nato a Madrid, Manuel vinse con la maglia dell’Athletic Bilbao (non ancora club basco militante) il campionato spagnolo del 1911. In maglia biancorossa ha poi giocato fino al 1916 prima di dedicarsi ad attività, per l’epoca, più redditizie: la professione di avvocato, la gestione delle proprietà terriere nel centro della Spagna fra Madrid e Barcellona. Una zona calda quando nel luglio 1936, dopo il colpo di stato militare il paese si spaccò in due, fra sostenitori dei nazionalisti e Fronte Popolare. Le terre di Garnica, infatti, erano proprio sul fronte delle due zone controllate dagli opposti schieramenti. E lui, naturalmente conservatore, ci finì in mezzo e venne fucilato nel 1939, insieme ad altri 41 prigionieri dopo una lunga prigionia. Ed entrò a far parte dei cosiddetti “Martiri della Crociata”, fra cui anche alti prelati ed esponenti del clero spagnolo, che la Conferenza Episcopale ha proposto per il processo di beatificazione. Che, per i martiri, pare sia più semplice in quanto non è necessaria la prova di miracoli compiuti.

Ma al di là della curiosità della leggenda del santo calciatore restano molti, soprattutto in Spagna, i dubbi sulla interpretazione storica di questa presunta Crociata. Così scrive Juliàn Casanova, professore ordinario di storia contemporanea all’Università di Saragozza, peraltro originario proprio della provincia dove si svolsero i fatti: “La Chiesa della Crociata, la Chiesa di Franco, quella della vendetta, si è appellata ai valori cattolici tradizionali, primitivi, nell’intento di ricattolicizzare la Spagna, la sua Spagna, con i metodi più repressivi e violenti che ha conosciuto la nostra storia contemporanea. La Chiesa può continuare a beatificare i suoi “martiri della Crociata”. Le voci del passato le ricorderanno sempre che, oltre che martire, è stata anche boia. La Chiesa cattolica spagnola con i “rossi” consumò una lunga e crudele vendetta. Niente di esemplare per essa in quel passato. Anche se le rimangono sempre i suoi martiri” (Juliàn Casanova, La Chiesa di Franco, Editorial Crìtica).

Ogni commento è superfluo, ogni critica alla ricostruzione storica affidata a chi di storia si occupa.

Foto tratta dal blog “Periodismo de futbol internacional) arogeraldes.blogspot.com da cui ho tratto spunto per la notizia