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La rivoluzione? Non è mai successa. Almeno in Romania

Copio e incollo dopo il doppio passaggio dal Jornalul National di Bucarest (Romania) al sito Presseurop.eu. L’autrice si chiama Adriana Odrea Popescu. Premetto: non è un pezzo che definirei giornalistico. E’ un racconto. Di una generazione. Che poi è anche la mia.

La rivoluzione non è mai successa

La rivoluzione non è esistita veramente, è solo un racconto di un altro mondo, più irreale della Quarta dimensione. Un mondo pieno di giovani trimbulinzi (“eccentrici”) che scrivevano poesie d’amore e si tenevano per mano. Un mondo di bontà, in cui la gente viveva giorno per giorno, in attesa che un biglietto di auguri scritto a mano finisse nella buca delle lettere, del momento che mette fine all’attesa.

La rivoluzione non è esistita, così come la vita non esisteva prima dell’iPhone, così come i giornali prima dei blog o gli oracoli prima di Facebook. Oggi abbiamo un Tarzan [autista che guida con i piedi], un Sile Camataru e un Bercea Mondial [due famosi usurai]; abbiamo la veggente Vanessa [molto nota nel mondo dello spettacolo romeno]; abbiamo delle Cassandre che sanno prevedere i terremoti e l’Apocalisse. Abbiamo anche dei parlamentari che sbavano dormendo e degli zombi senza sentimenti o risentimenti. Ma se vi bastano questi trastulli, allora noi prendiamo i nostri giocattoli e andremo a giocare altrove.

La rivoluzione non è mai esistita. È stata solo una serie di decessi teatrali, filmata sequenza per sequenza con fermo immagine sul dolore dei parenti. La rivoluzione è un caso diventato anniversario, meticolosamente analizzata dal punto di vista mediatico, come il tentativo di suicidio di un popolo che non aveva accesso al Furadan [un potente insetticida]. Non c’era neanche solidarietà nella sofferenza. Né Babbo Natale né “Compagna amata” [Elena Ceausescu, moglie del dittatore Nicolae]. Né “Eugenia [biscotto dell’epoca comunista] né il cibo razionato né la marmellata sul pane né Radio Free Europe né il fazzoletto dei pionieri.

Quello che è esistito, ne sono certo, era l’immensa voglia di carne di maiale vietnamita e di manzo argentino, di soufflé di avocado e di pomodori ciliegini, di M&M di H&M e di Wtf e di Omg. Di illusioni a buon mercato e di vita inspirata a pieni polmoni fumando una sigaretta.

Credetemi, il mondo nel quale le persone si guardano negli occhi e non osano toccarsi, senza carte di credito, senza sms né pin, senza silicone, plasma o cristalli Swarovski, il mondo nel quale le puttane non darebbero mai autografi per strada e nel quale nessuno oserebbe sperperare la sua vita e il suo cervello ascoltando conferenze di qualche semianalfabeta, questo mondo non può essere esistito. No. Una semplice ricerca su Google vi farà capire meglio la situazione: si trattava di un mondo senza centri commerciali, senza prestiti in banca, senza Jean de Craiova e i suoi manele [miscuglio tra pop-folk e musica gitana], senza sederi coperti di crema, senza uno spazio virtuale pieno di perversi.

La rivoluzione e il mondo in cui si è prodotta non avrebbero potuto esistere. Perché una Romania eroica non avrebbe potuto trasformarsi in una sola notte in una Romania erotica, e nevrotica. È meglio credere che la piazza dell’Opera di Timisoara [dove è cominciata la rivoluzione del 1989] e i morti che giacevano sui gradini della cattedrale siano delle immagini di un mondo utopico. Delle immagini bloccate nel tempo, così come quelle dei morti della piazza dell’Università a Bucarest, delle piazze di Cluj, di Sibiu o di Brasov.

Dicembre 1989? Un ‘invenzione del calendario. Un periodo durante il quale abbiamo dormito e dal quale ci siamo risvegliati improvvisamente, navigando su internet. Senza vivere. Senza sperare. Perché veniamo dal nulla e non andiamo da nessuna parte. Non potremo più essere gli stessi. Oggi non ci sono più saggi o trimbulinzi capaci di offrire i loro petti nudi ai proiettili.

Festival di Internazionale a Ferrara – L’alleato scomodo dell’occidente ovvero quel che ignoriamo di Afghanistan e Pakistan

Se un giorno inventassero il copia/incolla delle emozioni sarebbe davvero tutto più facile. Anche scrivere quando non hai l’assillo delle battute, dei tempi e dei limiti della “fredda cronaca”. La giornata di venerdì, al Festival di Internazionale a Ferrara sarebbe di quelle da copia/incolla. Perché qualunque cosa riesca a scrivere non sarà in grado di rendere quello che ho sentito, soprattutto di pancia. E allora vado per flash. Questo è il primo

A volte ci accorgiamo di essere veramente ignoranti. Ignoriamo perché non sappiamo, ignoriamo perché non vogliamo sapere. E soprattutto perché è più facile viaggiare secondo le categorie che ci hanno insegnata da bambini, un po’ cattoliche un po’ manichee: bene/male, buoni/cattivi, giusto/sbagliato. E poi esci dal gioco della lavagna che ti ha informato la vita e forse capisci che tutto è diverso. Che non c’è più la maestra, che anche il primo della classe, che deve dare i suoi primi giudizi elementari bara, è geloso, è arrivista, è ingiusto, non usa sempre lo stesso metro. E il trucco è scoperto. E le categorie crollano. La confusione aumenta, è vero. Ma almeno, quando ce ne accorgiamo, forse siamo meno disposti a farci fottere. A farci raccontare invece di guardare con i nostri occhi. Ad avere paura dell’altro perchè diverso.

Un caso eclatante fra tutti, fra i migliaia che solo guardando al di là del banale potremmo vedere e contestare. Il conflitto in Afghanistan, il ruolo del Pakistan, l’azione della Nato, degli Usa e dei suoi alleati. La nostra categoria, inculcataci in maniera martellante ogni 11 settembre che dio manda in terra è: Al Qaeda è il male assoluto, i talebani sono nemici da combattere, l’Afghanistan è un paese da pacificare cacciando gli estremisti, il Pakistan è alleato dell’Occidente ma… E tutto il bene, il giusto, il sacrosanto sta dall’altra parte. Dalla parte di chi ha subito gli attentati, i morti civili, il terrore e la paura di non sentirsi più al sicuro. E quindi niente dialogo, ma eserciti e bombe. Che chiamano vendetta e non giustizia. Ma dalle parole di chi quei posti li vive, li racconta e cerca di spiegarli, la realtà che emerge è completamente diversa. Ed è quella di un Pakistan “alleato scomodo dell’Occidente”, come recita il titolo della conferenza. Scomodo perché, come racconta il giornalista del Guardian, Jason Burke, il Pakistan fa i suoi interessi. In una situazione politica e territoriale molto complessa. Da una parte l’eterno conflitto geopolitico con l’India. Dall’altra la vicinanza scomoda con un Afghanistan prima confessionale, poi sovietico, poi di nuovo integralista, infine “liberato”. E la voglia di tenerselo buono, questo Afghanistan, anche per il rischio di rivedere l’India tornare a primeggiare in quell’area come ai tempi dell’invasione russa. E in questo si dimostra tutta la schizofrenia della politica pakistana. Che da una parte non può dire di no agli Stati Uniti, che è un alleato più forzato che altro; e dall’altra non può che trattare con i talebani per una via di uscita da una situazione di eterno conflitto. Talebani che, peraltro, si sentono pienamente legittimati a sedere ad un eventuale tavolo di trattative per la pace e per il futuro democratico del loro paese visto che sono stati componente importante durante la resistenza all’invasore sovietico. Ma talebani, per noi, per l’Occidente, per la grande madre a stelle e strisce, significa Al  Qaeda. E Al Qaeda significa anche rete Haqqani, una milizia di etnia pashtun (la stessa che è maggioritaria in Pakistan), che intesse stretti rapporti con l’intelligence pakistana. E che fa scricchiolare tutti gli equilibri internazionali fin qui realizzati. Ebbene, se dovessimo ragionare con le categorie consuete la soluzione sarebbe la solita: estirpare il male alla radice e ogni possibile connivenza. E se invece avesse ragione chi il Pakistan lo vive, chi ha avuto modo di conoscere e intervistare tutti i leader di Al Qaeda, da Bin Laden in giù? E’ il giornalista di The News, Rahimullah Yusufzai. Per lui con i talebani si deve trattare. O il conflitto non avrà mai una conclusione. E la pace in queste zone sarà solo un miraggio. Come qualcuno, forse, vorrebbe che fosse.

A tutto questo si aggiunga quello che ignoriamo perché non vogliamo neanche concepire. E cioè che la guerra, i raid americani e le operazioni mirate provocano morti. E non solo morti militari, negli obiettivi strategici. Ma nelle fattorie Pashtun del Nord Waziristan. E’ lo scenario che si aspetta Pepe Escobar di Asia Times. Che conclude il suo pezzo di giovedì sull’edizione on line del giornale in questa maniera: “Aspettatevi (in caso di raid americani nella zona contro la rete Haqqani, ndr) una mortale, eterna vendetta dei Pashtun contro gli americani che sarà così irreversibile come la morte e le tasse. E soprattutto aspettatevi che una guerra a bassa intensità si trasformi, in qualunque momento, in una situazione esplosiva”.

E intanto noi, bellamente, ignoriamo. Ce lo possiamo permettere?

Il giornalismo ai tempi di internet – Intervento al convegno di www.loschermo.it

Io penso, e sinceramente spero, che essere giornalisti oggi non significhi né più né meno che esserlo stati ieri ed esserlo domani, qualunque siano le evoluzioni della (o delle) tecnologie. Un ruolo allo stesso tempo culturale e in senso lato educativo. Che è poi quello di mediare tra la grandissima quantità di fatti (e di interpretazione degli stessi) che arriva nelle redazioni, ai redattori e ai giornalisti e coloro che, bontà loro, tutti i giorni acquistano un giornale quotidiano, o lo leggono al bar, o lo sbirciano distrattamente o meno su internet.

Questo lavoro di mediazione, di valutazione della notizia, di collocazione in un contesto di pagina e, soprattutto, di verifica della sua realtà deve necessariamente essere identico sia che si detti un pezzo da un improbabile telefono a manovella, sia che si scriva su un computer sia che si invii via mail da un collegamento wireless con un cellulare di ultima generazione.

In sostanza, eliminando il mezzo, resta, nella sua nudità e purezza una cosa: il fatto. La sua rilevanza in un determinato momento storico, la sua capacità di far discutere o meno. Accanto al fatto, se correttamente argomentati, anche i commenti allo stesso che volta volta possono arrivare da un’istituzione, da un politica, da un rappresentante di una categoria, da un cittadino.

Ma dove si trovano e dove si cercano i fatti? In questo senso, va detto, qualcosa è inevitabilmente cambiato. Se prima infatti il giornalista era soltanto colui che si “sporcava le mani” rovistando nella spazzatura della vita, passando intere giornate ad attendere dietro una porta, ad origliare dietro una porta, a cercare di ottenere informazioni, a scucire confidenze da questa o quella fonte, ora il panorama delle fonti è lievitato notevolmente.

E questo rappresenta, allo stesso tempo, un’opportunità e un rischio. Un’opportunità perché accorciando notevolmente i tempi dell’acquisizione della notizia, del fatto di interesse pubblico diremmo per semplificare, aumenta esponenzialmente la quantità di informazioni che pervengono a una redazione. Ma la quantità non vuol dire automaticamente qualità e nemmeno, per quanto sia mai rintracciabile, verità. E quindi in tutto questo mare magnum di fatti conosciuti direttamente, fatti raccontati da terzi (più o meno affidabili) ma che ci mettono la voce e la faccia, fatti riferiti “de relato”, gossip, “sentito dire” e “vai avanti tu che poi io ti seguo” si inserisce il ruolo del giornalista.

Che ascolta e DECIDE. E sta in quel momento, più o meno ponderato, più o meno personale, più o meno condizionato della decisione, che si espleta sostanzialmente il suo ruolo. Poi potremmo stare a discutere un’intera giornata sull’opportunità di un titolo o di un approfondimento, sulla correttezza di aver interpellato quello o quell’altro esperto, sulla valorizzazione di questa o di quella notizia, se non proprio dell’omissione (consapevole?) di qualcosa.

E in tutto questo non va dimenticato un elemento importante. I giornali sono, sono stati e saranno (c’è da vedere se di meno o no) delle aziende commerciali. Per vivere devono VENDERE: notizie come pubblicità. E nel loro essere attori commerciali sottostanno a tutte le regole e le pressioni che ne conseguono e che per tutti è facile immaginare. Il bravo giornalista, il giornalista onesto intellettualmente (ahimè, a tutti i livelli ne vedo davvero pochissimi e non è neanche detto che mi possa inserire automaticamente fra questi) se ne frega e, una volta verificata la verità e la correttezza delle informazioni in suo possesso, va avanti per la sua strada e se ne assume le responsabilità, all’interno e all’esterno della sua redazione. E sempre di più dovrà fare così. Perché al di là delle fonti, al di là della propria azienda, al di là delle proprie amicizie e delle proprie opinioni, dovrà rendere conto a un lettore sempre più consapevole e che potenzialmente ha la possibilità di accedere alle stesse fonti di cui è in possesso il giornalista. E ne chiederà conto. E se non riceverà soddisfazione deciderà di investire quell’euro, o quell’euro e venti in qualcos’altro. Magari in una connessione più veloce a internet.