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Assayas in Santa Croce – Un set in mezzo al traffico

Bloggare significa anche condividere. E ospitare. E vedere le cose condivise anche attraverso gli occhi degli altri. Come questo. In una notte di fine estate.

di Emiliano Bacci

In Santa Croce accade di tutto. Sbornie, urla e canti a squarciagola, degrado e bellezza. Poi giri l’angolo e capita di trovarci un set cinematografico diviso dalla movida del giovedì sera da una sottile fettuccia di nastro bicolore che tenta di arginare il passeggio-passaggio. Senza particolare pubblicità Oliver Assayas, regista francese famoso in patria per la miniserie televisiva Carlos (passata anche in Italia su Sky) e per una manciata di film tra cui L’eau froide e Irma Vep (in cui recita la sua ex moglie Maggie Cheung, fantastica protagonista di In the mood for love), ha scelto Firenze e poi Napoli per girare delle scese di Après mai, film autobiografico su un liceale parigino negli anni della contestazione. E piazza dei Peruzzi si trasforma ospitando una retrospettiva di un film sul Laos e il dibattito sulla grammatica filmica un po’ troppo borghese e poco rivoluzionaria, tra Ciao verdi pisello e 500 arancioni. Tanti ciak, ma Assayas più che con la recitazione approssimativa dei compagni italiani ha dovuto fare conti con Santa Croce e il suo popolino di shottini, birrini e negroni, di taxisti ansiosi e ambulanze a sirene spiegate. Ma alla fine, anche se disturbante, non sarà certo il rumore giusto della rivoluzione, ma almeno il sonoro riporterà traccia della città.

Eau froide http://www.youtube.com/watch?v=EarBgUoOXHc
Il finale di Irma Vep http://www.youtube.com/watch?v=dGPozwT30FA
Il trailer di Carlos  http://www.youtube.com/watch?v=H3QkM7uyF10

La rottamazione del sol dell’avvenire – Palombella Rossa

Rottamati e rottamanti. E’ 20 anni che molti si chiedono cosa occorre fare per la mitica “alternativa democratica”. Ma c’è qualcuno che crede ancora nel sol dell’avvenire?

Nel taccuino: rivedersi Palombella Rossa di Moretti.

Palombella Rossa – Moretti e il futuro del Pci

A ritroso dopo il successo – Juan Josè Campanella e Il segreto dei suoi occhi

Da qualche parte ho scritto che sono un consumatore compulsivo. Di libri, di film, di serie tv, di musica. Quando conosco un’autore, un regista, un cantante, non mi basta di conoscere il suo ultimo lavoro. Devo procedere a ritroso fino a che non ho visto tutto, o quantomeno non mi sono fatto un’idea. E non importa che si tratti di capolavori (infatti comprendo in questo consumo inconsapevole anche Camilleri, Carofiglio, Patricia Cornwell e Fred Vargas, che si possono tranquillamente definire autori commerciali; ma anche Garcia Marquez e Mordecai Richler, che lo sono un po’ di meno). E’ una specie di horror vacui, di necessità di riempire uno spazio che, dopo il godimento di un’opera, rimane inesplorato.

Mi è successo così anche con i film di Juan Josè Campanella. Ho sentito che il suo film “El secreto de sus ojos” ha vinto l’Oscar come miglior film straniero del 2010 e, amando anche per storia personale le produzioni argentine, ne sono rimasto incuriosito. E l’ho visto. E poi ho “studiato”. E ho capito due cose: che la sua maturazione doveva essere necessariamente passata da alcuni studi televisivi statunitensi (e infatti ha diretto episodi di Dr. House e Law & Order negli Usa) e che proprio questo potrebbe aver portato i membri dell’Academy a premiarlo. Già, perché trattasi di film bello, intenso e godibile ma non certo epocale. Dei passaggi sono memorabili, dei dialoghi e delle scene molto piacevoli. Ma la storia, in parte ambientata nel pieno peronismo, è di facile fruizione. In sostanza un giallo (anche politico) e una storia d’amore (inespressa) lunga tutta una vita.

E allora sono andato a ritroso, per capire il Campanella pre-americano. Per vedere quanta concessione allo show business fosse intervenuta nel frattempo. E ho visto il suo capolavoro (per ora) che, a mio parere è “El hijo de la novia” (Il padre della sposa): una commedia-dramma familiare con una grandissima Norma Aleandro. Ebbene, non ci saranno lunghi piani sequenza, non ci sarà suspence o attesa per il lieto fine, ma il film è un vero gioiello. In cui non c’è solo la storia, ma anche la società in sottofondo, un paese in crisi che cerca di ritrovare la propria ragione di esistere. Un perfezionamento del suo precedente film, “La luna de Avellaneda”, che è ancora troppo “argentino” per essere apprezzato fuori dal continente sudamericano o fuori dalle nazioni ispanofone. Ma che è comunque un film, per chi vuole capire anche un pezzo di storia argentina, che mi sento di consigliare (ma non penso sia stato tradotto e distribuito da noi).

Quindi, per chi fosse a Lucca domani sera (martedì), c’è la possibilità di vedere il film al Cinema Italia, grazia al Cineforum Ezechiele. Altrimenti i modi per vederlo li conoscete meglio di me. Ma poi, ve lo consiglio, andate a ritroso (à rebours, come Huysmans). Potrebbe riservare piacevoli sorprese.

Infilarsi in un cinema senza una pietra al collo

Se avessi tempo di andare al cinema. O se ritenessi un giorno di dover allocare qualche risorsa nel pagare per vedere un film in una struttura di Lucca (c’è Pontedera, c’è il Vis Pathè, bazzico spesso Firenze. Ahimè, da quel punto di vista un altro mondo), ho già individuato cosa potrebbe (sottolineo potrebbe, che poi esci dal cinema deluso e affamato di una videocassetta d’antan) interessarmi in questo primo scorcio di stagione.

Mi incuriosisce innanzitutto il ritorno di Sofia Coppola alla regia di un film non in costume (mai guarderò, credo, Marie Antoinette), Somewhere. Lost in translation mi è piaciuto, e mi piace molto. E credo non solo perché si rimane incollati allo schermo dagli occhi e dalle labbra di Scarlett Johansson (ammetto che mi fermo a guardare anche quando fa le pubblicità. Quindi potrei essere condizionato. E ho persino visto due volte La verità è che non gli piaci abbastanza, il cui titolo è molto peggio del film).

L’altro film che mi incuriosische è L’urlo di Rob Epstein e Jeffrey Friedman, primo lungometraggio di due documentaristi. Parla di “controcultura” americana. Di Ginsberg e Ferlinghetti (di cui qui sotto inserisco la poesia scritta dopo l’11 settembre, finalmente una voce “contro” non complottarda o accondiscentente). Ne so poco, quindi potrebbe anche essere un’occasione per stimolare la mia coscienza a volte un po’ pigra.

E poi c’è anche cosa potrei vedere quando non ho voglia di pensare. Ad esempio Mangia, Prega, Ama di Ryan Murphy con Julia Roberts.

E infine cosa non vedrò di certo. A parte quelli spazzatura (elenco infinito, dalle parodie americane a Stallone – il ritorno), innanzitutto tutti i film in 3D. Perché in tridimensione preferisco vedere la vita. E poi 20 sigarette, perché di retorica ne viviamo abbastanza tutti i giorni. E poi Miral, forse per lo stesso motivo di cui sopra. E chissà quanti altri.

Ma poi magari cambio idea. E mi infilo anche io in un cinema con una pietra al collo, come diceva De Andrè. Magari in un claustrofobico cinema di Lucca.

Storia dell’aeroplano di Lawrence Ferlinghetti

E continuarono a volare e volare finché volarono dritti nel 21°
secolo e un bel giorno un Terzo Mondo si rivoltò e sequestrò i grandi aerei e li fece volare dritti
nel cuore pulsante dell’America-Grattacielo dove non c’erano
voliere né parlamenti di colombe e in un lampo accecante
l’America divenne parte della terra bruciata del mondo
E un vento di cenere soffia sulla nazione E per un lungo momento nell’eternità c’è caos e disperazione
E voci e amori e pianti e sussurri sepolti riempiono l’aria ovunque

La macchina dei sogni di Satoshi Kon

Premetto, sono un cinefilo ma non un esperto di cinema. Così metto le mani avanti per qualunque castroneria potrà mai capitare di leggere da queste parti. Premetto – bis: non copierò/incollerò notizie e/o biografie da Wikipedia. Chi frequenta i blog è senz’altro in grado di farlo da solo.

Quindi. Satoshi Kon. E’ morto una settimana fa e io l’ho saputo oggi, grazie a Facebook e a un post di un’amica. Almeno mi sono risparmiato di saperlo leggendo l’elenco dei morti sul Libro dei Fatti dell’Adn Kronos sul quale ogni anno esclamo sei o sette: Ma è morto? Noooo! Quando? E poi mi vado a leggere le notizie postume a circa un anno di distanza. Stavolta ho accorciato sensibilmente i tempi.

Conosco Satoshi Kon perché frequento, quando posso, il Future Film Festival di Bologna. E lì è avvenuta la folgorazione. C’era l’anteprima della sua serie tv “Paranoia Agent”, una roba da lasciarti incollato allo schermo per tredici puntate di fila. Ritmi spettacolari e pura follia, come il titolo promette. Come la sigla (che ho inserito qui sotto) promette. Da lì sono andato avanti e indietro nella sua produzione (sono maniacale in questo e non smetto finché non ho esaurito la biblio/filmografia degli incontri che faccio anche casualmente) e ho scoperto Kon: Memories di Otomo lo conoscevo ma ho rivisto con attenzione il suo episodio ex post e ne ho riconosciuto la mano. Poi Perfect Blue (bella la trama, troppo lento lo sviluppo). E poi l’esplosione: Tokyo Godfathers e Paprika (da non confondere, per chi lo cerca in torrent o streaming con l’omonimo film di Tinto Brass). Dai disegni, ai colori, alla trama film da bere tutti d’un fiato. Il primo, in più, anche con un finale degno, una rarità anche per i grandi autori di anime come Hayao Miyazaki, di cui ancora fatico a capire alcune “chiusure”.

Ora dicono le cronache che prima di morire, poco prima di aver compiuto 47 anni, avesse finito un altro lungometraggio. Per uno che si occupa di paranoie e sogni non poteva che chiamarsi “The Dream Machine”. Lo aspettiamo, sperando che non sia una terribile operazione commerciale postuma come spesso siamo abituati a vedere.

Bene, è ora di andare. Lo ha scritto anche Kon come messaggio di addio. A ritroso, adesso, guardando i suoi film di animazione.