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Bianciardi dixit. 40 anni fa

Bianciardi dixit. Esattamente 40 anni fa. Quanto tempo è passato…

Luciano Bianciardi – Così è se vi pare 1971

A vent’anni si combinano di solito un sacco di fesserie, non l’ultima quella di sperare che le cose cambino, operando dal di dentro, come si suol dire da teorici delle rivoluzioni. Orbene il sistema, ormai lo so di sicuro, si muta operando dal di fuori. L’ho scritto nel mio ultimo romanzo e lo ripeto volentieri: se vogliamo che le cose cambino, occorre occupare banche e far saltare la televisione…

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Non sempre addio è l’ultima parola – Gabriel Garcìa Marquez e Piero Ciampi

Ho sempre amato la fine di un libro. Non solo, ci ho sempre creduto. Mi sono sempre immaginato vestito in lino bianco, con un cappello coloniale, sulla prua di un traghetto che issava la bandiera del colera sostenere quel dialogo. Ma una cosa è il cinema, una la vita. E’ più probabile, assai più probabile, che le cose finiscano come nella canzone di Piero Ciampi, che di recente ho ascoltato in un altro “explicit”, quello del concerto dei Zen Circus al Mèlos di Pistoia. La realtà e il resto, si potrebbe dire. Buonanotte.

Explicit – L’amore ai tempi del colera (Gabriel Garcìa Marquez)

Il capitano guardò Fermina Daza e vide sulle sue ciglia i primi bagliori di una brina invernale. Poi guardò Florentino Ariza, il suo dominio invincibile, il suo amore impavido, e lo spaventò il sospetto tardivo che è la vita, più che la morte, a non avere limiti.

“E fin quando crede che possiamo proseguire questo andirivieni del cazzo?” gli domandò.

Florentino Ariza aveva la risposta pronta da cinquantatrè anni, sette mesi e undici giorni con le loro notti.

“Tutta la vita” disse.

Adius – Piero Ciampi

A ritroso dopo il successo – Juan Josè Campanella e Il segreto dei suoi occhi

Da qualche parte ho scritto che sono un consumatore compulsivo. Di libri, di film, di serie tv, di musica. Quando conosco un’autore, un regista, un cantante, non mi basta di conoscere il suo ultimo lavoro. Devo procedere a ritroso fino a che non ho visto tutto, o quantomeno non mi sono fatto un’idea. E non importa che si tratti di capolavori (infatti comprendo in questo consumo inconsapevole anche Camilleri, Carofiglio, Patricia Cornwell e Fred Vargas, che si possono tranquillamente definire autori commerciali; ma anche Garcia Marquez e Mordecai Richler, che lo sono un po’ di meno). E’ una specie di horror vacui, di necessità di riempire uno spazio che, dopo il godimento di un’opera, rimane inesplorato.

Mi è successo così anche con i film di Juan Josè Campanella. Ho sentito che il suo film “El secreto de sus ojos” ha vinto l’Oscar come miglior film straniero del 2010 e, amando anche per storia personale le produzioni argentine, ne sono rimasto incuriosito. E l’ho visto. E poi ho “studiato”. E ho capito due cose: che la sua maturazione doveva essere necessariamente passata da alcuni studi televisivi statunitensi (e infatti ha diretto episodi di Dr. House e Law & Order negli Usa) e che proprio questo potrebbe aver portato i membri dell’Academy a premiarlo. Già, perché trattasi di film bello, intenso e godibile ma non certo epocale. Dei passaggi sono memorabili, dei dialoghi e delle scene molto piacevoli. Ma la storia, in parte ambientata nel pieno peronismo, è di facile fruizione. In sostanza un giallo (anche politico) e una storia d’amore (inespressa) lunga tutta una vita.

E allora sono andato a ritroso, per capire il Campanella pre-americano. Per vedere quanta concessione allo show business fosse intervenuta nel frattempo. E ho visto il suo capolavoro (per ora) che, a mio parere è “El hijo de la novia” (Il padre della sposa): una commedia-dramma familiare con una grandissima Norma Aleandro. Ebbene, non ci saranno lunghi piani sequenza, non ci sarà suspence o attesa per il lieto fine, ma il film è un vero gioiello. In cui non c’è solo la storia, ma anche la società in sottofondo, un paese in crisi che cerca di ritrovare la propria ragione di esistere. Un perfezionamento del suo precedente film, “La luna de Avellaneda”, che è ancora troppo “argentino” per essere apprezzato fuori dal continente sudamericano o fuori dalle nazioni ispanofone. Ma che è comunque un film, per chi vuole capire anche un pezzo di storia argentina, che mi sento di consigliare (ma non penso sia stato tradotto e distribuito da noi).

Quindi, per chi fosse a Lucca domani sera (martedì), c’è la possibilità di vedere il film al Cinema Italia, grazia al Cineforum Ezechiele. Altrimenti i modi per vederlo li conoscete meglio di me. Ma poi, ve lo consiglio, andate a ritroso (à rebours, come Huysmans). Potrebbe riservare piacevoli sorprese.

Elezioni in Svezia: un risultato che non sarebbe piaciuto a Stieg Larsson

Un risultato che non sarebbe piaciuto a Stieg Larsson quello delle elezioni politiche svedesi di ieri. Perché per la prima volta nella storia della democrazia scandinava in Parlamento sono entrati i rappresentanti di un partito di estrema destra. Un movimento dal nome rassicurante, Democratici di Svezia, rappresentati da un leader altrettanto rassicurante, Jimmi Akesson. Ma che di rassicurante ha davvero poco, se è vero che una delle sue affermazioni ricorrenti è che “l’Islam è la più grande minaccia straniera per la Svezia dai tempi della Seconda Guerra Mondiale”. Il tutto in un paese dove l’immigrazione di popolazioni di religione musulmana è vicina al 15 per cento.

Non sarebbe piaciuto a Stieg Larsson, dicevamo. Lo scrittore, morto a 50 anni nel 2004, aveva fatto dello studio dei movimenti neonazisti e xenofobi nel suo paese una ragione di vita. E di scrittura. Ed è proprio quello che più mi ha colpito della sua trilogia Millenium (che per il resto è più un fenomeno letterario che un capolavoro). Ovvero il fatto che ribalta la nostra tradizionale concezione dei paesi del Nord Europa: democratici, liberi da complotti e problemi sociali, simboli del Welfare e delle tasse alte pagate con piacere dai suoi cittadini perché i servizi sono usufruiti da tutti. I

nvece anche in Svezia, evidentemente, i problemi non mancano. Dall’innocenza perduta con l’omicidio del primo ministro Olof Palme nel 1986, all’incidenza dei movimenti neonazisti in alcuni momenti cruciali della vita del paese, dalla Seconda Guerra Mondiale ad oggi.

E chissà che il risultato delle elezioni di ieri, se Larsson fosse ancora vivo, non avrebbe potuto ispirare un nuovo capitolo del suo Millenium. Magari senza il lieto fine che ogni romanzo giallo che si rispetti ha.

Non è tutto amore quello che luccica

E’ nei momenti in cui ti chiedi se è amore quello che provi, o gratitudine, o tenerezza, o amicizia, o ricordo, o solitudine, o bisogno, o trasporto intellettuale, o necessità, o corpo, o sangue, o cervello, che ti dimentichi del resto. Di quello che NON ami.

E che ti fa capire la differenza.

Mi sono imbattuto, nel mio peregrinare di emozioni e domande, nella mia solidità inquieta, in qualcuno che lo spiega (e non potrebbe essere diversamente) molto meglio di come potrei fare io. Un premio Nobel. Wislawa Szymborska. La raccolta completa di poesie l’ha pubblicata Adelphi, con testo polacco a fronte per chi se lo può permettere. Io no. Ma eccone la traduzione ufficiale.

RINGRAZIAMENTO

Devo molto
a quelli che non amo.

Il sollievo con cui accetto
che siano più vicini a un altro.

La gioia di non essere io
il lupo dei loro agnelli.

Mi sento in pace con loro
e in libertà con loro,
e questo l’amore non può darlo,
né riesce a toglierlo.

Non li aspetto
dalla porta alla finestra.
Paziente
quasi come una meridiana,
capisco
ciò che l’amore non capisce,
perdono
ciò che l’amore non perdonerebbe mai.

Da un incontro a una lettera
passa non un’eternità,
ma solo qualche giorno o settimana.

I viaggi con loro vanno sempre bene,
i concerti sono ascoltati fino in fondo,
le cattedrali visitate,
i paesaggi nitidi.

E quando ci separano
sette monti e fiumi,
sono monti e fiumi
che trovi su ogni atlante.

È merito loro
se vivo in tre dimensioni,
in uno spazio non lirico e non retorico,
con un orizzonte vero, perché mobile.

Loro stessi non sanno
quanto portano nelle mani vuote.

«Non devo loro nulla» –
direbbe l’amore
su questa questione aperta.

Bruciare i libri? Prima leggiamoli

Bruciare il Corano? Un gesto idiota con alle spalle un’idea idiota. E non per le possibili rappresaglie degli estremisti islamici (sarebbe come cambiare la legge sull’aborto per evitare il proliferare di gruppi terroristici antiabortisti o rinunciare a dare alle fiamme alcune copie della Padania per non far incazzare i leghisti di prima e seconda ora). Ma per il fatto in sè.

Ormai i libri, e tutto quello che contengono, le loro idee, giuste o sbagliate che siano (soprattutto, di solito, nella loro interpretazione) viaggiano al di là del loro supporto. Proliferano in rete, vengono contenute in piccolissimi hard disk portatili che si diffondono molto più rapidamente di un volume di carta, vengono letti su Ipad e telefoni cellulari di ultima generazione. E se l’idea nazista di bruciare i libri era già vecchia all’epoca di Hitler, adesso rischia di essere primitiva. Così come il gesto simbolico collegato.

Ma tutta questa polemica, scatenata da un pastore di una piccola chiesa evangelica della Florida (che evidentemente non aveva di meglio da fare, con tutta la responsabilità che ne consegue anche a chi ha dato la massima visibilità a questa scemenza) mi ha fatto anche ripensare a chi i libri li bruciava con una motivazione “plausibile”. O li brucia, se è vero che i personaggi di finzione vivono ben al di là della esistenza dei propri autori.

Pepe Carvalho, investigatore privato nato dalla penna di Manuel Vazquez Montalban. Uno che a un certo punto decide di disfarsi della sua biblioteca ricca di classici e contemporanei. Con una motivazione che fa comunque riflettere. Lo fa perché a un certo punto si sorprende “schiavo di una cultura che lo aveva separato dalla vita, che aveva falsificato la sua sentimentalità come gli antibiotici possono distruggere le difese dell’organismo” (Tatuaggio). E a chi gli chiede il motivo di questa scelta radicale, quasi fascista, risponde: “Ho letto libri durante quarant’anni della mia vita e adesso li brucio perchè non mi hanno insegnato a vivere”.

E’ vero. I libri possono allontanare dalla vita vera, raramente insegnano ad affrontarla. Ma prima di bruciarli, comunque, bisogna averli letti. E magari lasciare per ultimi quelli che ti hanno mentito di meno.

Leggete Kapuscinsky: è un antidoto alle guerre

Per chi non ha mai viaggiato o ha viaggiato poco ho un consiglio. Anzi, un obbligo. Leggete Ryszard Kapuscinski.

Per chi fa il giornalista, poi, l’obbligo diventa doppio. Perché il racconto di chi va a verificare sul posto una notizia e ne ritorna indietro con la verità può rappresentare un grande insegnamento.

E poi, quando sarete entrati nel turbine dei viaggi/inchiesta in Africa, in Unione Sovietica, in Centro America, ovunque, la prima reazione sarà inevitabile. Cercare il primo volo per il posto più improbabile e andare a vedere, per raccontare com’è. Cercando di far incastrare il sogno con gli obblighi della vita. E con la necessità di portare a casa uno stipendio.

Ed è strano come a Kapuscinski io mi ci sia avvicinato per “colpa” del calcio. E come mi sia ritornato in mente (anche se la seconda lettura di Imperium, libro tutto ambientato nelle repubbliche ex sovietiche) a causa di una partita amichevole che si è giocata sabato notte: El Salvador – Honduras. Per la cronaca la partita è finita 2-2 (4-3 ai calci di rigore per gli honduregni: c’era in palio la Coppa Indipendenza!). Ma il pensiero va inevitabilmente ai fatti del 1969.

La guerra del calcio, appunto. O la guerra delle cento ore. Non vado nel dettaglio perché, come ho detto, ci ha pensato Kapuscinski (La prima guerra del football e altre guerre di poveri, Feltrinelli). Solo una considerazione sul fatto che due nazione si siano dichiarate una guerra, che pure ha provocato dei morti ANCHE per una partita di calcio. Con la scusa di una partita di calcio che vide El Salvador qualificarsi alla finale per accedere ai mondiali del 1970 in Messico. Alle spalle la realtà. Due governi dittatoriali fantoccio (a proposito, il generale Osvaldo Lopez Arellano, uno dei protagonisti della vicenda, in qualità di presidente dell’Honduras è morto il 20 maggio scorso all’età di 89 anni a Tegucigalpa), guerre per i confini e per le politiche di immigrazione, incapacità a risolvere i problemi se non con l’uso della forza, scarsa capacità di intervento degli organismi internazionali. La domanda che viene immediata è: potrebbe risuccedere? Forse sì, visto che Israele è stato “politicamente” inserito nei gironi di qualificazione delle formazioni europee e non con le squadre asiatiche. Se ogni volta che si gioca Usa – Iran si parla della lotta fra il bene e il male. Se nello spareggio di qualificazione ai mondiali del Sudafrica fra Algeria ed Egitto c’erano più poliziotti che spettatori sul neutro di Khartoum in Sudan. Finché verranno bruciate bandiere negli stadi e nelle piazze. Finché qualcuno sarà convinto che l’essere nato in un certo posto abbia un significato ulteriore rispetto alla casualità e alla sorte. Son passati 40 anni. Anche in questo caso, forse, sono passati invano.