Archive | agosto 2011

Photoblog da un viaggio – Atto secondo

Amelie a Belgrado

Ti siederai sulla sponda del fiume

Fila la lana

Amore di madre

Se tiri la manigolia verrai punto – Questione di lingua


Sono innocente

In castigo

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Viaggio – Come se fosse un diario (giorni 14 sera, 15, 16 e 17)

Giorno 14 (sera)

Alla fine arrivo a Nis. E’ la seconda città della Serbia, ma quando arrivo alla stazione mi sembra di essere arrivato nel nulla. Mi serve un taxi per arrivare in albergo e non ne vedo uno. Poi capisco la direzione e tutto si sistema. Basta uscire dal giro turistico e subito cambia la prospettiva: nessuno che parla inglese e i servizi sono dedicati agli abitanti. Quindi nessuno che insiste per farti salire sul taxi o che ti butta dentro nel ristorante o nel bar di turno. Anche stavolta la scelta dell’albergo si rileva quasi surreale. Lo trovo perché mi ci porta il taxi e poi stavolta l’insegna esiste. Ma entro dal portoncino in una corte e non trovo nessuno. Inizio ad aprire porte. Ad un certo punto ne apro una e trovo due uomini panza all’aria a riposare su due divani. Chiudo di scatto la porta e decido di suonare il campanello. In qualche modo mi spiega che non sa dove sono i titolari e che è meglio se chiamo al numero di telefono sull’insegna. Mi risponde una signora che mi rassicura. Arriva il marito e mi sistemo. E’ il posto più bello di questo viaggio. Una camera nuova, pulitissima e comoda, con tanto di frigorifero e bollitore per farsi tè e caffè. Unico neo, non si paga con la carta e devo andare in cerca di un bancomat nei paraggi. Sbaglio e invece di un centinaio di euro ne ritiro 16! Mi tocca pure cambiare gli euro che ho con me.

La proprietaria dell’albergo mi parla della situazione in Serbia. Dice che il 50 per cento delle persone ha difficoltà ad arrivare a fine mese. Lei no. Ha l’albergo, lavora alle assicurazioni Delta Generali e nei ritagli di tempo insegna chimica privatamente. Il marito, invece, si occupa a tempo pieno dell’albergo. Mi chiede consigli per una vacanza in Italia. Cerca un posto bello e comodo per andarci con i due figli. Le consiglio Puglia e Calabria, penso che finirà a Rimini o Viareggio.

Nis è piccola ma molto vissuta. Mi butto nella movida locale, centro commerciale compreso. Per mangiare prima una birreria, poi un bel gelato seduto al banco delle cameriere. Nel senso che sbaglio a sedermi e mi metto nel posto dove si mettono a fumare fra un cliente e un altro. Ma mi ci fanno rimanere. Si meritano la mancia.

Giorno 15

Belgrado o Skopje? Scelgono le Ferrovie. A Skopje avrei tempo per starci solo poche ore. Meglio riposare gli ultimi giorni in una città che offre molto come Belgrado, specie come nightlife. E’ giorno di viaggio, dunque, con un regionale che più regionale non si può. Torno all’albergo dell’andata. Sono abitudinario, lo so e ho bisogno di certezze. Giro dalla parte di Novi Beograd. Dall’altra parte della Sava la fortezza della città assume finalmente un senso. Come dire, basta cambiare prospettiva. Vado in un centro commerciale e mi infilo anche al cinema. Finisco a cena nella strada bohemienne, fra una birra e due chiacchiere con la cameriera della birreria di fronte. Belgrado è sempre Belgrado.

Giorno 16

Novi Sad. Per fortuna il treno c’è, che i tabelloni sono sempre un po’ incomprensibili, fra aggiunte e bigliettini sovrapposti a penna. Un treno normale, finalmente, anche se non funziona l’aria condizionata e i finestrini sono di quelli piombati. Il treno va a Budapest. Se ci pensavo prima ci andavo anche io. Anche perché Novi Sad è un po’ una delusione. Forse perché confidando nella cartina mi faccio un giro pesca per arrivare in centro. Piazza carina, molto mitteleuropea. La fortezza sul Danubio è carina, ma finisce tutto lì. Ci sto tre ore e rientro nella movida belgradese con un treno vuoto ma a prenotazione obbligatoria (50 centesimi di euro). La sera scopro che il Negroni per loro è una specie di bestemmia. Mi accontento di birra e ancora birra. Senza esagerare che sono in disintossicazione da vizi. Una vacanza meno cara e con gli stessi effetti di un centro Messeguè.

Viaggio – Come se fosse un diario (giorni 13 e 14 mattina)

A volte il giorno incomincia di notte. E incomincia in una carrozza di treno anni Settanta, dove lo spazio è poco e nessuno rispetta il divieto di fumo. I miei inconsueti compagni di viaggio verso la Serbia sono: un italiano di Arona che lavora come programmatore informatico per una multinazionale spagnola ma che gestisce un locale alla moda della zona, il Melting Pop; due tedeschi che studiano musica jazz all’università; una coppia formata da un turco che studia cinema a New York e una inglese che ha vissuto a lungo in Olanda e che studia cultura africana a Londra e vuole fare la fotoreporter. Un connubio micidiale fra una chiacchiera e un’altra, la condivisione del cibo e una partita a “merda” (che in inglese si chiama, ho scoperto, “asshole”) che dura fino alle tre di notte. Già, perché c’è da aspettare la famigerata frontiera turca: tutti giù dal treno per timbrare i passaporti. Solo dopo montiamo le cuccette (e stavolta mi tocca quella bassa, almeno posso alzarmi per pisciare quando mi pare) e dormiamo fino a mattina fra un controllo passaporti e una verifica biglietti. La mia claustrofobia mi concede una sveglia alle sette e mezza del mattino, mentre i miei compagni di viaggio andranno lunghi fino alle undici. Il capotreno mi prepara un caffè che mi serve a spendere le mie (pen)ultime lire turche. E poi la doccia fredda. Ore 12,30 a Sofia. Il controllore avvisa tutti: abbiamo perso la coincidenza col treno bulgaro. Si riparte fra sette ore. Che fare? Mi metto al computer e la soluzione si apre facile davanti a me. Dormire a Sofia!

Sofia parte seconda, dunque. Mi prenoto una stanza col computer e poi l’illuminazione: c’è Cska Sofia – Steaua di Europa League. Da non perdere. Intanto me la sudo tutta a trovare l’ostello. Ho l’indirizzo. Mi ci faccio portare in taxi dopo aver contrattato (in realtà alla fine ci accordiamo perché accenda il tassametro) ma il posto proprio non lo vedo. Faccio la strada avanti e indietro e poi mi accorgo del portone. Il nome è scritto solo sul campanello. E il posto è al quinto piano! Mi vien voglia di telefonare e disdire, ma poi mi dico che una rampa di scale non ha mai ammazzato nessuno. Cinque, senza ascensore, vedremo. Arrivo. Mi sistemo. Mi lavo. E schianto dal sonno. Mi sveglio giusto giusto per andarmene al match.

Ora, se hai la fortuna di trovare subito lo stadio, quindi presto il botteghino la metà dovrebbe essere fatta. Il bigliettaio parla inglese e mi faccio consigliare sul posto. Mi dice di andare in gradinata che in tribuna c’è il rischio che il posto nel parterre non permetta una buona visione a causa delle panchine. Gli dò ragione, pago la bellezza di 5 euro e mi avvio. Problema numero uno: cordone di polizia intorno allo stadio che ti rimanda sempre alla porta successiva. Praticamente faccio il giro di campo per scoprire che i cancelli apriranno di lì a mezz’ora. Problema numero due: sarà anche vero che la gradinata è meglio ma il sole picchia in faccia e non c’è copertura. E l’acqua che vendono è calda. Problema numero tre: in gradinata c’è tifosi veri, solo probabilmente con qualche soldo in più. Indi la partita la vedo in piedi fra un coro e un fischio, fra una bottiglia di birra e una sputazza di semi e pistacchi.

Il tifo. Come dappertutto. Una espressione del peggio dell’animo umano. A Sofia, poi, arrivano allo stadio completamente ubriachi dopo essersi scolato il loro prodotto preferito: la bottiglia di birra da 3,5 litri. Anche perché dentro lo stadio non si può bere. Poi cori e canti (anche io faccio la coreografia, ci hanno dato una sorta di bandierina bianca, che col settore accanto compone il biancorosso dei colori della squadra) e, quando le cose si mettono male, anche qualche litigio fra tifosi. Mi colpiscono le offese agli avversari rumeni: quando li vogliono offendere li chiamano “zingari”. Ma poi passa lo Steaua. Mi colpisce anche un tifoso che si mette accanto a me. E’ completamente sbronzo. Non riesce nemmeno a fare i cori, ma solo a muovere il braccio chiuso a pugno completamente fuori ritmo. A un certo punto tira fuori il cellulare a fa un lungo piano sequenza sui tifosi: prima la curva, poi la gradinata, poi il suo amico, poi il mio vicino di posto cui ha fino ad allora scroccato i semi. A un certo punto fa un primo piano anche a me. E’ bollito.

Venerdì. Con calma. Dalla colazione nell’ostello insieme a degli studenti turchi di archeologia. La marmellata di prugne fatta in casa è qualcosa di eccezionale. Me ne servo con piacere, anche perché mi aspettano 6-7 ore di treno. Ho deciso di andare a Nis, Serbia meridionale, per spezzare il viaggio. E poi si vedrà. Alla stazione trovo anche il tempo di prenotare il posto. Cosa che, scoprirò, è faccenda del tutto inutile. Poi me la dormo tutta, fino a destinazione.

 

Viaggio – Come se fosse un diario (giorni 10, 11 e 12)

Gli ultimi tre giorni non ve li racconto, semmai farò parlare le fotografie. Basti sapere che ho esaurito in lungo e in largo la parte turistica e non turistica di istanbul, almeno quella che si estende sul Bosforo e sul Corno d’Oro via, con una puntatina verso il mar di Marmara e una verso il mar Nero.

Sono stati anche giorni di partenze e di nuovi arrivi, di conoscenze e parole e anche di qualche spesa imprevista (macchina compresa, mi è arrivato il conto proprio mentre sono in vacanza, acci e poi picchia). Perché non bisogna mai finire in un bazaar con qualche spicciolo in tasca.

Non racconterò, dicevo, ma mi soffermerò su due dettagli che mi hanno colpito.

Uno: il tema della violenza sulle donne. Ho assistito a due scene particolari sul tram. Nel primo caso una ragazza ha mollato uno schiaffone a un giovane e ha poi spiegato con eloquenti gesti ai presenti che il tale non si sarebbe limitato alla classica mano morta. La mano sarebbe stata proprio viva, in particolare un dito, che sarebbe andato a cercare una parte sensibile in mezzo alle gambe della donna. Grandi urla, grandi discussioni, diti puntati verso il reo, ma la cosa è finita lì. Stessa scena, ex post, alla fermata del tram, con tanto di polizia cui veniva raccontato un episodio analogo. Poliziotti impassibili, cittadini pronti a intervenire come se si trattasse di un comizio, tanti urli e strepiti. E siamo pure sotto Ramadan…

L’altra cosa sono i tentativi di adescamento a scopo truffa. Me lo avevano già raccontato ma avevo dimenticato. Ci sono persone, vestite per bene e gentili, che prima si mettono a parlare con te, poi ti invitano a bere per poi salassarti con il conto e fare a mezzo con il titolare. Per fortuna avevo letto su una guida di queste cose e comunque la mia diffidenza è sempre a un livello di guardia molto alto. Ma di sicuro con uno sconosciuto, io, su un taxi non ci sarei mai salito. Ma penso a quanti ci caschino e a quanti le vacanze vengono rovinate così. E tutto sfruttando il fatto che generalmente i turchi sono gente disponibile e molto cordiale. Peccato.

Stasera riparto. Destinazione Nis (o Nissa che dir si voglia), quindi Skopje, poi sarà il caso di iniziare a pensare di tornare. E al contrario di quello che si possa pensare non lo penso come un dispiacere. C’è un tempo per divertirsi e uno per lavorare, uno per sé stessi, uno per la famiglia e gli amici. Altrimenti non se ne capirebbe la differenza.

PS: Mi piacerebbe venire a stare una settimana a Kanlica, un posto residenziale con ville con piscina e attracco per la barca sul Bosforo. E poi fanno anche lo yogurt buono.

Viaggio – Come se fosse un diario (giorni 8 e 9)

Giorno 8

Oggi ho fatto il turista puro. Di quelli in calzoni corti e calzini dentro le scarpe da ginnastica e una maglietta tutta da sudare. La parte “istituzionale” meglio esaurirsela subito, giusto per avere tempo per conoscere la città vera, quella che la gente vive, non quella che offre a chi arriva morde e fugge. Quindi Santa Sofia. Era una chiesa, poi una moschea, ora è diventata un museo. E er questo ha qualcosa di freddo e di artefatto. Neancheparagonabile alla moschea blu. I turchi, le guide intendo, mi stupiscono sempre di più. Parlano perfettamente le lingue, forse perché sono emigranti di ritorno, sono gentili e molto preparati. Non le solite guide che hanno mandato a memoria un nastro e lo spiattellano a intervalli regolari.

Dopo Santa Sofia, Topkapi (harem compreso). Grande e interessante, ma quello che colpisce è il primo vero contatto col Bosforo e con il Corno d’oro. Sono nato sul mare e non possono che affascinarmi le città che sul mare si affacciano. La vista è splendida nei patii che si aprono sul mare. Anche la visita lo è, anche se il caldo e la calca mi rendono tutto più difficile. Col sudore sugli occhi. Nel padiglione successivo speri sempre di trovare una doccia più che un pugnale di diamanti.

 

Quattro ore di tour e di chiacchiere mi hanno fatto venire fame. Ma non amo i ristoranti o i locali per allocchi. Anche se i prezzi sono bassi mi sembrerebbe di contribuire all’aumento dei costi anche per chi abita qui. E già mi dicono che la vita è rincarata molto, almeno a Sultanhamet. Che è come dire il centro storico a Firenze. Faccio un lungo giro nella città vecchia, dove non passa nessun turista con lo zainetto e il marsupio. Che significa un lungo su e giù per la collina. Mi fermo, stremato, dopo aver cercato un bancomat per un’ora, in cima a una strada tutta in salita in cui sembra che solo io faccia un po’ di fatica. Ma sono premiato da un’ottima melanzana al pomodoro e da una pizza turca al formaggio che ci stava proprio bene. Totale 6 euro, compreso acqua e caffè. Tanto che lascio pure la mancia. Un signore…

Potrei riposarmi un po’, fare shopping e godermi la gente che passa. E invece non mi fermo. Prendo il tram e passo dall’altra parte del Corno d’oro. Ho letto di un bel museo di arte contemporanea. E ci vado volentieri, anche se ho solo un’ora per visitarlo. Qualcuno mi ha detto che Istanbul è ormai più all’avanguardia di Berlino. Da quello che vedo sembra proprio vero. A parte la splendida struttura che guarda al Bosforo ci sono cose molto interessanti. Su tutte una videoinstallazione di una donna che mentre parla si scrive frasi in francese sul corpo. Fra queste, intorno all’ombelico scrive: “Una donna se è veramente tale deve essere sia concava sia convessa”. Non in senso fisico intendo. Ed è proprio vero. E poi c’è una bella frase esposizione di foto di Steve Mc Curry. E’ intitolata “L’ultimo rullino di Kodachrome”. Già perché la pellicola è fuori mercato, dopo l’avvento delle macchine digitali. E quei colori, nelle foto, nei visi, nei paesaggi, forse li abbiamo persi per sempre.

Tempo di una doccia e di un po’ di riposo, forse meritato. Poi ci si immerge nella movida di piazza Taksim e dintorni. Il solito bordello di gente, tanti giovani e musica. Giù per la collina fino alla torre di Galata. Poi le forze son finite. Un tè sulla terrazza dell’ostello (tè e caffè sono gratis a volontà e qui ci si incontra con gli altri clienti per due chiacchiere e qualche scambio di impressioni) e gli occhi si chiudono

Giorno 9

Un solo protagonista di giornata: il mare. Parto con l’idea di visitare bazar e quartieri occidentali e mi ritrovo altrove. Il bazar è chiuso (è domenica), ma ci sono le bancarelle in giro. Compro, ovviamente, due maglie di calcio: Besiktas e Fenerbahce che del Galatasaray me l’hanno già regalata. Sulla strada gli ambulanti vendono di tutto. Anche quello che non ti aspetteresti: Viagra e Cialis, per esempio. A prezzi modici. Come dire, cazzo duro per tutti e a buon mercato. In Italia fallirebbero: queste cose si fanno di nascosto. Ne va della virilità nazionale.

 

Poi il mercato delle spezie (più che altro tanta spazzatura e due banchetti di spezie), un altro paio di moschee (stessa bella sensazione, scalzi rilassati) e il molo dei traghetti mi attira a sè.

In serie faccio Haydarpasa (ed è la prima volta che tocco l’Asia) con tanto di panino al pesce sul mare. Poi la minicrociera sul Bosforo. E qui non capisco una cosa. C’è un gruppo di italiani che ha una guida ma non la consulta. Non sa cosa vede, un po’ si addormenta, un po sfotte il venditore di bibite e snack che passa e ripassa nei corridoi. Domanda. Che ci siete venuti a fare? E invece ci sono tante coppie locali. Scatto anche una foto a una ragazza. Mi sembra l’emblema della donna innamorata. Le auguro ogni bene.

Ritorno. Passeggiata sul molo fino a Fener (sarebbe la parte greca della città, infatti ci sono chiese ortodosse). Da lì altro traghetto per il Corno d’Oro e passeggiatone faticosissimo e tutto in salita lungo le mura di Teodosio. Lo suggerisce la guida, cui io suggerisco un’altra cosa. Invertire il percorso please. Meglio arrivare in autobus nella parte alta e poi scendere che viceversa, no? Dico per la fruzione di tutti, anziani compresi. E’ tempo di tornare. Passo da un supermercato, compro pita, formaggio, fagioli, dolcini e snack annaffiati da un’ottima annata di Coca Cola Zero e tento di imbroccare l’autobus giusto. Scopro che non si vendono biglietti sul bus, ma un turco mi viene in soccorso con la sua carta prepagata e poi gli dà i soldi della corsa. Giro pesca: Taksim, funicolare, Sultanahmet. Arrivo e mangio dopo una megadoccia di mezz’ora. Mi intercetta un omino polacco. Per vivere gioca in borsa, sostanzialmente. E mi tiene un paio d’ore a parlare di politica e mercati. Mi consiglia, dopo aver saputo di me, di provare a cambiare aria. Di andare in Sudamerica, di sfruttare la conoscenza delle lingue e di provare la carriera da manager. Io gli spiego che non ho “attitude” al cambiamento radicale. Ma un altro paio d’ore e mi convince. E forse mi vende anche un paio di azioni della Canistracci Oil.

Un’altra cosa. Che la mia sensibilità giornalistica mi invita ad approfinire prossimamente. Parliamo di anziani e pensioni. Dice che ci saranno sempre meno soldi per i pensionati. E che le soluzioni saranno due: o gli anziani poveri moriranno prima per le difficoltà nel sopravvivere o per la mancanza di adeguata assistenza sanitaria. Oppure, una volta in pensione, emigreranno verso paesi meno cari. Parte che in Tunisia stiano già nascendo veri e propri villaggi per pensionati, dove la gente si costruisce la casa per la propria vecchiaia. L’emigrazione di anzianità mi sembra un argomento davvero interessante. Buonanotte.

 

Photoblog da un viaggio

Autoscatto

A futura memoria

Vintage

Avanguardie bulgare

Questione di misura

Questione di lingua

Ramadan

Movida

Tornare?

 

 

 

Viaggio – Come se fosse un diario (notte 6 e giorno 7)

Giorno 6 (notte)

Le stazioni non solo luoghi di arrivi, partenze, struggenti addii, grandi ritorni, lacrime negli occhi e fazzoletti in mano. Sono luoghi di incontri. E se poi il tuo treno è in ritardo di qualcosa come quattro ore il contatto umano è inevitabile. Un po’ di lamentele, la condivisione di qualche informazione, un caffè, due chiacchiere.

Alla stazione di Plovdiv, in attesa del treno fantasma per Istanbul incrocio due ragazze tedesche che sembrano, e sono, spaesate. Vengono dalla costa, da Burgas, e hanno sbagliato fermata. Dovevano scendere a Stara Zagora ma nessuno ha indicato loro la località dove dovevano scendere. E si son ritrovate a Plovdiv per cercare di risalire sullo stesso treno, prima o poi. Dopo aver constatato l’enorme ritardo del treno mi invitano a prendere un caffè con loro. Il bar della stazione è una delle cose più paradossali di tutta la città. Un altoparlante diffonde nella zona musica anni Ottanta a randello. Tutte le hit dell’epoca con qualche svisata negli anni Novanta, Blur compresi. E qui la musica di quel periodo piace, tant’è vero che a dicembre è previsto un attesissimo concerto nientemeno che di Al Bano (che se non li fa qui…)

Mona (sì, si chiama proprio così) e Sabina sono simpatiche e carine. E’ Mona delle due la leader della coppia: parla lei, prende decisioni, traduce all’amica alcune cose che non comprende in inglese. Sono due neodiplomate di Stoccarda e hanno scelto l’Interrail come viaggio di festeggiamento prima del passaggio all’università. Non hanno deciso ancora cosa fare, forse studieranno per fare le maestre, ma ottobre è lontano e possono ancora permettersi di aspettare a decidere. Di certo, dicono, non resteranno a Stoccarda. Vogliono muoversi, vogliono conoscere e vivere altri posti. In Germania non sono mica bamboccioni… Facciamo a turno a controllare i bagagli per andare a pisciare o a controllare il tabellone dei treni. A un certo punto si unisce a noi un uomo di circa 70 anni. Insegna inglese, fa lo scultore e il suo treno parte alle 5 del mattino. Ma è venuto presto in stazione proprio per fare nuovi incontri. Ci racconta anche che suo padre, ha 102 anni, è un importante scrittore bulgaro. Parla le lingue, anche l’italiano, ed ha esposto le sue opere anche in Italia. Si ricorda di Follonica e di Rimini. A Firenze c’è stato 35 anni fa. “Quando tu ancora non c’eri”, dice. Lo prendo come un complimento. Ci scambiamo la mail, poi arriva il treno. Le ragazze hanno da fare un cambio di vagone al confine. Io vado in cuccetta dove sono con due olandesi e una coppia internazionale: una spagnola e un inglese. Ci sistemiamo e buonanotte. Arrivederci a domattina.

Magari! A un’ora imprecisata della notte, al confine turco, ci fanno scendere tutti per la dogana. Fa un freddo cane ma in compenso le zanzare hanno trovato da mangiare. La coda è lunga e qualcuno deve anche comprare il visto di ingresso. Io ho sonno ma vorrei un caffè. Ma senza lire turche non si può. Dopo sto strazio si torna a letto. Fino a domattina, giorno 7. Viaggio indenne, nemmeno troppo caldo. Istanbul, sto arrivando.

Giorno 7

Eccoci, con le quattro ore promesse di ritardo sono a Istanbul. La stazione di Sirkeci sembra quella di Pontassieve. Due binari, bancomat che non funzionano, un ufficio informazioni dove parlano inglese a malapena. Ritrovo le due studentesse provate dal viaggio: sono 25 ore che vanno da un treno all’altro. Dopo aver preso i soldi mi invitano a prendere un caffè. E cosa scelgono? Burger King. E in più ci aggiungono un bell’hamburger di pollo, che alle 11 di mattina, insieme a patatine fritte e ketchup ti sistema la giornata. Io provo un lemon pie: la cosa più terribile che abbia mai mangiato.

Ci salutiamo. Loro prendono il taxi, ci scambiamo i contatti ma non credo riusciranno mai a chiamarmi perché penso di aver scritto male il prefisso. Ci sentiremo via Facebook al ritorno, forse. Mi tuffo nel caos di Istanbul. Prendo il tram a gettone (40 centesimi a corsa) e arrivo nella zona della Moschea e di Santa Sofia. Trovo presto l’albergo, è nella strada principale. La stanza è piccola ma confortevole. Il bagno è enorme ed in marmo. La doccia, dopo 24 ore dalla partenza da Sofia, è un verotoccasana. Tanto che dopo mi addormento e mi sveglio che si son fatte le sei. Faccio un primo giro ed è subito una bella impressione.

La Moschea Blu è veramente un’esperienza notevole. E’ meraviglioso girare scalzi sui tappeti che coprono tutto il pavimento. E’ bellissimo come i turchi la vivono, in attesa del tramonto in giorno di Ramadan. Ci sono bambini che giocano e che corrono, donne che chiacchierano nelle zone a loro dedicate. L’unica pecca sono i turisti, che parlano ad alta voce ed urlano come se fossero al mercato. E’ bellissima un’altra cosa: le donne devono coprirsi col velo. Possibilmente sono ancora più belle e interessanti, dopo quell’apoteosi di cosce, di culi e di tette al vento che era Belgrado. Sia chiaro, non sono bacchettone e comunque uno in qualche modo pensa sempre a quello che c’è sotto il velo. Ma come dice una frase del Corano che appare su un tabellone subito fuori la moschea: non mi interessa il tuo corpo, non mi interessa neanche il tuo viso, mi interessa quello che sei. Non è mai stata la mia massima di vita. Lo dico sempre: forse mi sono perso qualcosa ma non ho mai avuto amiche, che si possano definire tali, brutte. A mio parere, ovviamente.

E dopo, è movida nel Ramadan. Ci saranno migliaia di persone fra gente del posto e turisti. Hanno apparecchiato nei giardini, pronti a interrompere il digiuno. Famiglie intere, coppie, anche i negozianti si mettono a mangiare, bere e fumare in pubblico. I turchi sono molto ospitali. Un turco cipriota mi chiede un’indicazione e si stupisce che io non sia turco. Vive un Germania, a Dusseldorf. Mi invita a bere qualcosa. Sinceramente ancora non mi fido (e sulla guida c’è scritto di stare attenti alle truffe, che magari ti portano in un localaccio e ti fanno spendere tutto quello che hai) e quindi declino. Faccio un lungo giro, capito anche in un bar dello sport con tutte le foto d’epoca appese alle pareti. Poi torno nella zona centrale e mi siedo su una panchina. Dopo pochi minuti una coppia mi chiede di far loro una foto. Mi “ripagano” offrendomi un tè. Lavorano all’aeroporto, ma vengono da un paesino a est della Turchia, dopo la Cappadocia. Faccio loro una seconda foto. Mi chiedono se sono un fotografo professionista. Lusinghieri… Tempo di mangiare. Con tre lire turche mi sparo una vaschetta di anguria fresca, poi vado su un gelato fatto col latte di mandorla. Poi la fatica si fa sentire, il cellulare no e quindi dopo un giretto nella zona dei bazar torno in camera. Gli occhi si chiudono in fretta. Ma il sapore è quello di una serata davvero bella. Forse resterò qui un po’ più a lungo.